Comunicazione a cura di Overeco
Dal 24 al 30 aprile 2010 presso l’Ex Conservatorio S. Anna, via Libertini - Lecce
con la performance di Tango Argentino del maestro Pino Belgioioso
Quando l'arte diventa un mezzo per raccontarsi e per mostrarsi autentici, anche nel farsi cogliere da un lieve rossore, dato da un piccolo moto dell'animo o dal palpitare del cuore per un amore ricambiato. Quando con l'arte si cerca di attirare l'attenzione verso tutto ciò che sembra anonimo e che ci sfugge. Quando l'arte è denuncia delle condizioni della donna, e non solo. Quando l'arte è poesia e colore.

Ho lasciato Isabella Santacroce, a “V.M. analfabeta del mondo…
inciampa di continuo
tra le avvisaglie del desiderio
non lunare.
Un esercito schierato
ad ammirare le noie del tempo
vede. E..lei..a..contemplare
i giorni e le notti delle bellezze
senza fine..
Senza fine la pelle
Senza fine il ventre
Senza fine la gioia ritrovata.
Pare che la bambola sia
astemia e disincantata…
No…sta fingendo,
si nasconde dietro gli alberi..
una schiera indefinita di alberi
che sussurrano che il cielo
sta cambiando colore:
plumbeo germe della grazia
si espande riflesso negli occhi
cerulei…lontani.
Sempre sguardo da lontano
che non afferra,
ha la bambola.
Mastica i nembi
tra nervi tesi come corde
rannicchiate
in un angolo ad attendere
una forma ancora non definita.
Grovigli di pensieri
tra gli accenti di una lingua
nuova, da ritrovare,
mentre imbalsamate
le labbra cercano la linfa
di un nuovo podere per vivere.
Uomo senza accento sfiora
il deserto del desiderio
e inciampa come la bambola
tra le avvisaglie del tuo io
ignavo e deriso dal tempo
perché gli accenni della carne
sono i movimenti che conosci,
mentre la bambola osserva,
manichino del mondo,
l’essere, che tenta le fughe,
L’autore di questo libro, Giovanni Pala, (la co-autrice è la salentina Loredana Mazzarella)è un musicista che suona ogni tipo di strumento e insegna, in particolare, percussioni. Nel 1999 è stato insignito del Golden Lion Prize al Festival di Venezia. Vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Il titolo originale di quest’opera a dir poco sconvolgente è “LEONARDO DA VINCI’S MUSICAL GIFTS AND JEWISH CONNECTIONS“ (The Americas Group). Perché sconvolgente? Semplice, da una lettura del famoso Cenacolo di Leonardo, visto con gli occhi e le conoscenze del musicista/musicologo, Giovanni Pala ha letteralmente decriptato un filone interpretativo che ci consente di ‘leggere’ un particolare del tutto inedito e che fino a questo momento non era mai stato preso in considerazione dagli studiosi dell’Artista. L’autore rivela così al lettore l’esistenza di uno spartito musicale celato tra le mani, i pani e i frutti raffigurati nell’Ultima Cena, nonché di una preghiera in ebraico nascosta negli spazi e fra le note nel celebre affresco. Come e perché Leonardo ha occultato le note sotto gli occhi di tutti, in un’icona universale come l’Ultima Cena? Questo è forse uno dei quesiti più interessanti mai sorti attorno a questo affresco. Il libro contiene inoltre approfondimenti su dettagli poco conosciuti della vita di Leonardo. L’aspetto più interessante è certamente costituito dal fatto che un’opera per noi così riconoscibile e consueta venga sottoposta a un vaglio critico totalmente inedito, che farà impallidire per protervia critica Dan Brown e affini, dato che la lettura oltre che plausibile è condotta con metodo scientifico e resa in modo divulgativo, quindi accessibile a un vasto pubblico di non specialisti. “Leonardo’s Da Vinci musical gifts and jewish connections“, scritto da un autore italiano e pubblicato per la prima volta negli Usa, è un esempio di divulgazione scientifica di altissimo livello che fa chiarezza su un tema, solo in apparenza, oscuro. (Luciano Pagano)
La rivista statunitense “Life”, nel 1964, aprì con un ampio servizio su Roy Lichtenstein intitolato: «È lui il peggiore pittore del mondo?». Oggi i suoi pezzi sono nei più grandi musei del mondo e il valore del suo lavoro non è più controverso, anzi lo hanno reso uno dei maggiori esponenti della pop art americana.
Il suo trucco consisteva nel rendere attuale il realismo copiando non le cose, ma le copie che ne offre la stampa.
Amante della pittura di Picasso e della pittura di storia e d’impegno come quella di Daumier, ha poi scelto il cartoon. Come raccontano le sue biografie, sulla sua attività influirono alcune attività che lo misero in contatto con le immagini del consumismo: lavorava come vetrinista, disegnatore di loghi e di design. Amico di pittori elitari come Pollock e De Kooning, rimaneva fortemente legato alle immagini del suo quotidiano sino a sublimarle. Al contrario di Warhol, L. rappresenta quel filone della Pop Art che non mirava a puntare il dito sull'universo dei consumi come un mondo dominato dall’alienazione dei soggetti.
Fu nel 1961 che si presentò al gallerista Leo Castelli, il più grande della recente storia americana, con un quadro che richiamava un fumetto. Da quel momento nacque il pittore delle immagini gigantesche tratte dai fumetti e da lui reinventate: L. isolava e ingigantiva fumetti celebri oppure riproduceva capolavori dell’arte antica e moderna –spesso dissacrandoli- attraverso una semplificazione formale propria della grafica pubblicitaria.
Il suo racconto snocciola miti lontani usando il linguaggio dei media, senza mai prendere posizione, senza mai sognare uno stravolgimento dei valori correnti.
La sineddoche visiva fu il tratto più costante della sua produzione: la capacità di trasformare una parte per il tutto e viceversa, si pensi al dipinto intitolato “Frolic”, del
Chissà per quale strana ragione del Destino, con Lia Levi ho avuto sempre a che farci, vuoi perché qualcuno mi consigliava un suo libro, vuoi perché mi sia trovato da spettatore (nelle rare occasioni in cui mi sono spostato da Lecce) ad assistere alla presentazione di un suo libro. Mi ha sempre sbalordito la dolcezza del suo sguardo, il suo sorriso accogliente, e i suoi modi gentili da donna di altri tempi. Mi piacciono i suoi racconti densi nel respiro di una scrittura che sa alternare leggerezza, piacevolezza e gusto sopraffino con grande maestria, in grado di eseguire ritratti dell’anima degni del più grande pittore contemporaneo. Insomma Lia Levi è una delle nostre scrittrici più interessanti.Prima sessione - ore 9:00-13:00 - Politica/Innovazione/Comunicazione
Moderatore: Prof. Stefano Cristante
Vander Tumiatti (consulente Unep), Antonio Corvino (Osservatorio Banche e Imprese); Andrea Morrone, Flavia Serravezza, Mario Maffei (Il Tacco d’Italia); Roberto Guido (Dirett. Resp. QuiSalento); Tommaso Dimitri (Dirett. Giornale dei Giovani); Tonio Tondo (Redattore
Seconda sessione - 15:00-17:40 Cultura/Ambiente/Turismo
Moderatore: Pierpaolo Lala
Andrea Ferreri, Luca Chiriatti, Simone Rollo (Bepress edizioni); Angela Calcagni, Annamaria Mangia (Cognitiva); Claudia Mangé (Centro C.B. Guglielmo Marconi - Vernole); Dott. Daniele Ferrocino (Vice Presidente CSV Salento); Arch. Francesco Pellegrino (Pellegrino & Associati S.r.l. Società di Ingegneria); Prof. Giuseppe Botrugno (Pres. Pro Loco Salento - Casarano); Dott.ssa Manuela Miglietta, Antonella Mangia (Soc. Coop. Meltingfood); Dott. Fernando Perrone, Vittorio Tapparini, Massimo Schito (Ass. Tracce Arte Contemporanea); Franco Ungaro, Antonio Giannuzzi (Cantieri Teatrali Koreja), Lino De Matteis (Glocal Editrice); Dott.ssa Anna Blasi (Ass. Cultura Comune di Trepuzzi); Dott. Enrico Capone (Capone Editore); Paola Scialpi, Angela Totaro Aprile, Rita Cesari, (Laboratorio di ricerca sull’arte contemporanea); Prof. Ferdinando Boero (Corso di laurea in Scienze Biologiche - Università del Salento) Dott. Antonino Di Vita (Assoc. Culturale Nuove Periferie Surbo), Dott. Livio Muci, (Casa Editrice Besa - Edizioni Controluce); Dott. Cosimo Lupo, Simone Miri, Antonio Miccoli, Raffaella De Donato (Lupo Editore); Osvaldo Piliego, Antonietta Rosato (CoolClub); Massimo Rota (Asso Turismo – Puglia); Stefania Mandulino (Apt – Lecce)
Dopo il successo di Al di là del muro, Artemary ritorna a Bologna in un futuro prossimo per parlarci di un mondo in cui l’efficienza socio-sanitaria è tutelata da un marchio di scadenza impresso sugli esseri umani.
"Adoro le mie fantasie, le amo, posso fare quel che mi pare senza le noiose conseguenze di donne che si sentono umiliate o di sentimenti feriti che gridano vendetta o l’angoscia dell’assenza di desiderio. Tutto è perfetto nei palcoscenici virtuali." Può una telefonata cambiare radicalmente il corso di un’esistenza fino a quel momento tanto tranquilla da sembrare piatta? Luca Zante, giornalista freelance, non lo avrebbe mai immaginato fino al giorno in cui non fu lui a riceverla. E da quel momento per lui tutto fu diverso, in un precipitare di eventi tra alta moda, disinvolti affari da miliardi, sesso sfrenato, lotta armata, collusioni tra politica, affari, amanti e persino un omicidio.Maddalena Mongiò per passione svolge attività giornalistica per varie testate; ha pubblicato Il portone sulla piazza, finalista Premio Rhegium Julii nel 2005 - Opera Prima; ha scritto soggetti teatrali; scrive e studia per buona parte della notte. Per necessità lavora nel settore dell’edilizia perché la scrittura è avara di compensi. È nata a Lecce, ma si sente cittadina del mondo.

Anna Maria Massari silenziosamente entrava nella casa di Ada Donno, nel Quartiere Leuca, ancora prima delle 8, l’ora della campanella per il suo ingresso nella Scuola Media “Salomi”, quando questa era ancora ubicata nell’ex Onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) di viale Marche. Ada, all’epoca, era ancora libera da impegni professionali, per cui aspettava Anna Maria sulla porta di casa; conosceva esattamente il tempo del suo arrivo. Poi, assieme facevano colazione. A quel tempo, io ero impegnato ad insegnare in scuole lontane dal capoluogo salentino, in provincia, per questo al mattino mi dovevo alzare presto e partire quanto prima possibile, per cui stavo seduto appena un po’ al tavolo del tinello per fare una veloce colazione e godermi come desideravo la conversazione con loro due. In quei pochi momenti però riuscivo ugualmente a scambiare qualche opinione con Anna Maria. Lei aveva un modo tutto suo di dire le cose, tanto che, dopo averla detto, ogni cosa assumeva la dimensione giusta. Magari, durante il giorno precedente erano accadute cose incredibili, poi arrivava lei, diceva appena qualche frase e tutto ritornava ad essere chiaro. Per questo suo modo di dire e per molto altro ancora debbo veramente molto ad Anna Maria. Lei era una che pesava le parole ed era dotata di un dono straordinario: conoscere la materialità dell’alfabeto, quindi delle singole lettere e del loro peso specifico. Per questo i suoi giudizi sull’arte, sulla politica, sul modo di essere e di fare degli uomini e delle donne erano per me assoluti indicatori di orientamento. Non straripava mai. Io e Antonio Leonardo Verri, dopo averla ascoltata in silenzio, alla fine concordavamo su molto. Fu lei ad indicarci la strada per raggiungere il cuore di Edoardo De Candia, che lei conosceva bene, essendo stata l’unica donna che veramente amò quell’animale celeste. Fu lei che di fatto ci introdusse nel circuito degli artisti di Lecce, che ci allargò il respiro della visione di un mondo colorato. Era il 1984 quando le chiesi di darmi una mano per organizzare la Mostra dei pittori salentini per la Pace e la Vita contro la guerra nucleare. Fu quella una delle più belle manifestazioni artistiche collettive, dove riuscimmo a coinvolgere 64 artisti salentini. Eccone l’elenco: Donato Paolo Baldassarre, Vittorio Balsebre, Emilio Bracciale, Antonio Bramato, Roberto Buttazzo, Mario Cala, Antonella Casciaro, Renato Centone, Carmine Chirizzi, Franco Contini, Lucio Conversano, Antonio Corchia, Ruggero D’Autilia, Edoardo De Candia, Giovanni Dell’Anna, Sergio Del Prete, Cesare De Salve, Dino De Simone, Vittorio Dimastrogiovanni, Luisa Elia, Gabriella Epifani, Salvatore Fanciano, Pietro Fanigliulo, Enzo Fasano, Oreste Ferriero, Tina Foscarini Bianco, Rosa Maria Francavilla Maritati, Tonio Gallo, Pietro Giammarruco, Josè Greco, Sandro Greco, Rita Guido, Flavia Leo, Pietro Liaci, Salvatore Lipari, Corrado Lorenzo, Ernestina Lo Rizzo, Patrizia Lucia, Lionello Mandorino, Mimmo Marullo, Antonio Massari, Roberto Migliaccio, Silvio Nocera, Pina Nuzzo, Armando Papes, Carlo Politi, Romilda Prastaro Lanzillotto, Tino Rho, Nino Rollo, Marisa Romano, Giovanni Sances, Paola Scialpi, Gianni Scupola, Enzo e Carlo Sozzo, Francesco Spada, Raffaele Spada, Orlando Sparaventi, Pina Sparro, Gigi Striani, Natalino Tondo, Franco Ventura, Alberto Zacheo.Senza Anna Maria Massari, nonostante i tanti amici artisti, sarebbe stato impossibile per me e per Verri realizzare quell’iniziativa, che si tenne dal 29 aprile al 6 maggio 1984 a Lecce. Per l’occasione, fu lei che ci rese possibili i contatti con gli artisti. Quando, alla fine della raccolta delle opere dei 64 artisti, assieme ci stavamo recando alla sala della Biblioteca provinciale per l’allestimento, mi accorsi che proprio lei non si era inserita nell’elenco. Eravamo ancora in auto, quando con tono allarmato le domandai: “Ma Anna Maria, in questo elenco tu non ci sei! Perché?”. Dopo una breve pausa, ecco la sua riposta: “Va bene, adesso che arriviamo in biblioteca farò anch’io qualcosa”. E la “cosa” che lei disegnò in soli due minuti, fu la più bella di tutta la mostra, tanto da divenire il simbolo dell’intera iniziativa. Per la domanda di adesione degli artisti avevamo composto un comunicato con sovrimpressa l’immagine diel disegno di una colomba inedita di Rafael Alberti, il noto poeta artista spagnolo. L’avevo incontrato l’anno prima (1983) a Praga, capitale dell’allora Cecoslovacchia democratica e popolare di Gustav Husak, nell’occasione della Grande Assemblea Mondiale per la Pace e la Vita. La delegazione italiana, di cui facevo parte, mi aveva indicato come membro della Commissione cultura di quella straordinaria assemblea, presieduta anche da Gabriel Garcia Marquez. Capitò a me di sedere accanto a Rafael Alberti, col quale scambiai qualche parola. Rafael ascoltava gli interventi prendendo appunti su un block notes, appunti che di tanto in tanto intervallava con disegnini di colombe per la pace. Fu questo uno dei doni più belli che riportai da Praga a Lecce e che poi divenne l’immagine con la quale chiedemmo l’adesione alla Mostra leccese degli artisti salentini. In due minuti Anna Maria Massari realizzò un disegno che racchiude tutta la simbologia dell’evento: un lungo “continuum ” in blu e rosa che attraverso volute e giravolte alla fine assume la forma di una colomba in volo. Si tratta di un’interpretazione straordinaria e di assoluta bellezza del simbolo, talmente significativo che, a fine manifestazione, divenne il simbolo della Mostra per la Pace e la Vita di Lecce. Il disegno, per decisione del Movimento italiano “Pace e Costituzione”, composto dai padri costituenti e dai costituzionalisti Luigi Arata, Ettore Biocca, Guido Calvi, Michele Coiro, Mario Coluzzi, Manlio Giacanelli, Giobatta Gianquinto, Lucio Luzzatto, Geo Rita, Manlio Dinucci, fu stampato su ogni nostra iniziativa e comunicato successivi.Nella compilazione della risoluzione di quell’iniziativa venne pienamente coinvolta anche Anna Maria Massari, per cui, in quel testo c’è anche il suo pensiero. Questa la parte significativa: «È stato detto che le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. / Profondamente convinti di questa verità, noi artisti ed intellettuali salentini, partecipanti alla mostra allestita nella Sala delle conferenze della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce, abbiamo voluto riaffermare la rilevanza ed il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educazione e mobilitare la gente alla lotta per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. / Con la nostra presenza, in questo momento cruciale per la storia della civiltà umana a causa dei pericoli incombenti di una guerra nucleare mondiale, abbiamo voluto testimoniare la nostra convinzione che difendere, consolidare e salvaguardare la pace è oggi il dovere di ogni uomo e ogni donna. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell’arte e della cultura possiamo, attraverso la nostra professione e le nostre opere, contribuire ad aprire gli occhi a tutti, al di là delle diverse opinioni filosofiche, politiche e fedi religiose, per una coscienza civile tale che, quei governanti che perseguono progetti di guerra nucleare siano posti sul banco degli imputati davanti al tribunale morale del mondo. / Appellandoci ai valori universali della cultura e dell’arte, ci impegniamo a compiere azioni ancora più energiche a favore della pace e del disarmo mondiale. / Esigiamo dai nostri governanti che prendano misure concrete per la cessazione della corsa agli armamenti. / Esigiamo la riduzione delle spese militari, affinché le risorse della Terra siano impiegate a risolvere i problemi sociali, a combattere la miseria, le malattie, l’analfabetismo e tutti gli altri mali che affliggono l’umanità. / Esigiamo lo smantellamento delle basi straniere che sono sul territorio europeo, la creazione di zone denuclearizzate e di pace, nei punti caldi del globo, lo scioglimento dei blocchi e delle alleanze militari contrapposti. / Siamo pronti a cooperare e ad agire di concerto con tutte le forze della pace, in nome dei più nobili ideali di fratellanza, di libertà, di giustizia sociale, affinché il cielo resti puro sopra il nostro pianeta». Fu così che questo appello sovrimpresso dalla colomba di Anna Maria Massari raggiunse Xavier Perez de Quellar, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York; raggiunse l’indiano Romer Chandra, Presidente del Consiglio Mondiale della Pace; raggiunse lo scienziato medico italiano Ettore Biocca, allora vice Presidente della Ippnw (Associazione Mondiale dei Medici per la Pace), in quegli stessi anni premiata a Stoccolma col Nobel per la Pace. A me e a Verri accadeva di incontrare Anna Maria o presso la mia casa o presso la sua, a Lecce, in via Sozy Carafa. Lei ci aspettava di pomeriggio sul tardi; ci sedevamo ad un tavolo quasi sempre ricolmo di disegni, cellophane, pastelli, ecc. Quindi ci metteva al corrente delle cose dell’arte e di chi dovevamo inseguire per dare sfogo ai nostri curiosi interessi. Anna Maria è stata per noi una miniera inesauribile di conoscenze e di dati difficili da reperire.
Parlando del Gruppo Terra d’Otranto, costituito nel 1979 dalle artiste salentine Rita Guido, Rosa Maria Francavilla Maritati, Anna Maria Massari, Marisa Romano e Pina Sparro, il fratello traccia un suo breve profilo d’artista. Questo: «Anna Maria Massari […] (riconosciuta per coraggiosa, rara ammissione dello stesso gruppo) […] è l’artista. / Quando era piccola impressionava i “grandi” che frequentavano la mia casa per le doti eccezionali. Io ricordo le mani dell’angelo violinista di Melozzo, ricordo i pulcini e i rami di pesco ad acquerello, Cucciolo, il cerbiatto e il modellati in argilla e colorati dopo la cottura, ma non basta: Anna Maria, al venti per cento ha lavorato ai pastori gotico-rinascimentali in terra cotta dipinta di Michele Massari, magici perché di notte “parlavano”; […] Ha anche completato un Filippo Lippi a lunetta gotica che la morte di papà aveva interrotto. Ha dipinto, di sana pianta, i paesaggi secenteschi di scuola napoletana per il mitico avvocato Guacci e… mai che si potesse distinguere la sua mano da quella del padre. […] Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro. Incide i personaggi notevoli di ogni città di provincia: il patriota fanatico, il poeta sofistico, il venditore di immaginette sacre, […Il suo] disegno più bello, tuttavia, resta la bambina, sul muro di campagna, in equilibrio come la vita, con un cagnolino legato a un filo di coda di cavallo che vola come un fiore o un ombrellino cinese: il cagnolino è una farfalla: la figura è vista dall’alto, ti viene incontro; il muretto si rastrema in prospettiva come una stradina su due abissi: in caso di caduta una farfalla può salvarci, accompagnandoci dolcemente al suolo fra le rape e le cicorie… e credo che oggi le quattro piante disperate dal vento e dal gelo della Contrada l’abbiano veramente salvata!». E poco oltre, Antonio Massari scrive ancora che Anna Maria «parla con i serpenti, “li castarieddri ” (gufi), le “ranocchiule ” (rospi), e i “cola ” (corvi) […]. Da quando ha sfamato e liberato da ferri e catene “Bolla di sapone” […] tutti i cani della contrada si danno convegno sempre più numerosi al rancio. Uno: “il vecchio Geremia” sciancato dai reumatismi porta la pelle ruggine, caffé e pecora come una logora, larga pelliccia» (cfr. A. Massari, “Io sono straniero sulla Terra ”, Milano, Edizioni D’Ars 1999, pp. 130-132).Quanto scrive Antonio Massari è assolutamente vero, perché effettivamente l’artista aveva un rapporto stranissimo con gli animali. Chi non ricorda con quanto amore curasse i randagi che le capitavano sotto i piedi sia in città che in Contrada Dottoressa Rapesta? E forse ci sarà stato anche un buon motivo se suo marito, Nando Porpora, al tempo del loro fidanzamento, la chiamasse “leprotto” o “leprottina”. Ciò che è certo, e questo io lo ricordo benessimo, Anna Maria riusciva ad essere avvicinata, senza crearsi né creare ad altri mai alcun disagio, da qualsiasi animale come gechi, lucertole, rane, ragni, serpenti, pecore, capre e via scrivendo. Ad un certo punto, nello scritto (1983) del fratello c’è la frase: «Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro». Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che partendo dal 1983, dopo 30 anni, incontriamo appunto il 1954, anno in cui il padre Michele Massari, lo straordinario ed eccelso pittore post-impressionista morì, a soli 52 anni, a causa di un banale incidente d’auto. Lo sgomento dei due giovani figli fu annientante: Anna Maria, che aveva solo 25 anni, non disegnò e non dipinse più; si chiuse nel suo più intimo segreto; Antonio, che aveva 22 anni, invece, appena qualche anno dopo, era il 1957, andò via da Lecce, potremmo dire in modo quasi definitivo. Ed è ancora lui che ci ricorda l’arte e le vicende artistiche della sorella. Ed ancora, in “Io sono straniero sulla Terra ” scrive: «Ben presto Anna Maria rivela un talento pari al talento di Michele Massari, un talento ereditato. […] Papà a tal punto si fidava di lei da farsi dare una mano nella pittura, nella scultura, nel disegno […] A cinquant’anni forse, Anna Maria ha ripreso a lavorare, giocata, questa volta dall’arte contemporanea con le opere che assorbono la luce: stratificazioni di fogli di cellophane o acetato fino a suscitare la molle, dolce, antica luce della perla e con vaporosi pezzi di lenzuola delle Ferrovia dello Stato» (cfr. Op. cit. , pp. 452-453). Prima della sua chiusura artistica per alcuni decenni, l’ultimo suo intervento pubblico fu la partecipazione alla Prima Biennale dell’Incisione Contemporanea in Italia, promossa dall’Associazione “Incisori d’Italia” (Torino – Milano – Roma) e organizzata dall’Ente Provinciale per il Turismo di Taranto e dalla Galleria d’Arte “Taras”, che si tenne a Taranto dal 15 ottobre al 10 novembre 1963, alla quale fu presente con un’acquaforte dal titolo “Umanità ”, realizzata però qualche anno prima. Anna Maria Massari ritornò all’impegno artistico grazie alla nascita del Gruppo di Terra d’Otranto e soprattutto grazie alle sollecitazioni di una sua amica del cuore: Rita Guido, che mai l’ha dimenticata, tanto che, ancora oggi, ne tiene vivo il ricordo raffigurandola nelle sue luminose tele sotto il segno de “Le trecce di Anna Maria ”, dipinti ad olio di una materialità tangibile e sofferente che fa sì che il suo messaggio vada oltre il confine di una specifica territorialità. Ancora più di recente, Rita ha ricordato l’amica con una plaquette dal titolo “Omaggio ad Anna Maria Massari ” (Lecce 1998), introdotta da un affettuoso pensiero del figlio Francsco Porpora che, commosso, scrive: «Mamma chi stai aspettando? – La Rita! Alle quattro e mezza avevamo appuntamento… casomai non ho sentito il clacson…. / Se era primavera l’aspettava sul balcone, e certe volte io andavo a farle compagnia. […] Ho ancora una grande cornice ovale di cartapesta che forse la mamma voleva riempire con tutti i colori della contrada, l’Universo. / Certe volte, spinte dalla necessità di uscire dal tempo degli altri, s’incamminavano [Anna Maria e la Rita] piano, a braccetto, lentissime per le vie del centro storico, osservando ogni cosa, masticando “passatiempii ” e parlando fitto fitto a testa bassa, come per un dialogo segreto fra “strie ” inebriate di poeticissimo amore». Tenere, gentili, dolci e affettuose sono le dieci liriche che Rita Guido dedica all’amica. Ne riporto solo tre che, secondo me, danno il senso pieno della struggenza del loro rapporto amichevole: «Treccia bellissima/ che per decenni ha affascinato il mio sguardo/ oggi diventata “àncora,/ fune di mare, treccia del ricordo”./ Vorrei cantare/ con le note più adatte/ allo splendore di quel ricordo./ Vorrei cantare/ e saper comporre la tua eterna giovinezza». E poco oltre: «Ho raccolto dal tuo angolo di studio/ piccole porzioni di cose,/ piccoli resti/ che servivano ogni giorno per il tuo lavoro./ Ho chiesto il permesso ad Antonio tuo fratello./ poi ho pensato a tutti i colori dell’Universo/ che tu volevi poggiare in una enorme cornice/ dorata/ realizzata in cartapesta da te Anna Maria/ tanti colori/ tanti tanti dovevano riempire/ il vuoto della cornice di cartapesta./ Solito appuntamento». E l’ultima, la più struggente: «È stato l’appuntamento più bello/ della nostra vita/ Eravamo insieme/ io e te/ sui gradini di una chiesa bellissima/ Si osservava, si osservava ed ancora si osservava/ bisbigliavamo parole e commenti/ che solo io e te, Anna Maria, conosciamo».
Ma come ho conosciuto Anna Maria Massari? A presentarmela per la prima volta fu alla fine degli anni ’70, il marito Nando Porpora, all’epoca, io e lui militanti del sindacato Cgil. Io militavo pure – come si diceva allora – in un’organizzazione politica rivoluzionaria, il CLdP (Circolo Lenin di Puglia), e lottavo come un forsennato per il rispetto dei diritti sindacali dei contadini, dei coloni e dei mezzadri della nostra provincia. Per questa mia attività non ero affatto ben visto dai vertici sindacali, tanto da essere continuamente discriminato e spesso messo da parte. Nando Porpora, invece, che faceva parte anche lui dei vertici sindacali, era l’unico ad avere comprensione del mio operato, per cui spesso, quando ci si vedeva, ci si scambiava qualche parola e pure qualche buon caffé. Fu Nando che, ad un gioioso Primo Maggio presso Porta Napoli mi presentò sua moglie, che da quel momento divenne una delle mie migliori amiche.
Anna Maria Massari era nata a Lecce il 21 ottobre 1929. Aveva studiato all’Istituto Statale d’Arte, completando i suoi studi presso il Magistero di Firenze. Svolse la sua carriera di insegnante nelle Scuole Medie di Napoli, di Brindisi e di Lecce.
Il 30 marzo 1993, giorno tremendamente infausto per la sua storia di umana, Antonio Leonardo Verri così la ricordò: «La morte sta decimando i “selvaggi” del Salento. Dopo Totò Toma ed Edoardo, ieri è toccato ad una carissima amica: Anna Maria Massari. Chi le voleva bene non avrà più i segni della sua costante creatività, la sua dolcezza, la sua lucida allegria».
Appena qualche mese dopo, il 9 maggio 1993, anche lui, il selvaggio più selvaggio di tutti noi volava in alto, nel più alto dei cieli.
powered by Salento Poesia
Un libro struggente, poetico, dolente, che scava negli animi dei ragazzi, esplorandone le emozioni e i turbamenti. Un libro per loro, ma anche per gli adulti che li circondano. Al limitare del bosco c’è una struttura che accoglie bambini. Gli Avanzi, quelli abbandonati dai genitori, e i Dischiusi, nati all’interno del campo. Tom è uno di loro. Legge molto e se ne sta in disparte, finché un giorno convince i ragazzi del suo gruppo a spingersi nel bosco, per esplorare il mondo di fuori. Tom porta con sé dei libri, e alle sue letture ad alta voce si alternano le rivalità, le gelosie, le scoperte, gli amori e la morte: tutte avventure seguite da lontano da Jonas, il direttore, che ha in realtà programmato la fuga. Una storia commovente, sospesa in un limbo spaziale e temporale, in una narrazione sempre al limite tra fantascienza e realismo. I bambini nel bosco è il nuovo e straordinario romanzo di un’autrice che tocca l’intimo umano come pochi scrittori in Italia.
La Libreria Gutenberg e Lupo editore presentano, Giovedì 4 febbraio, ore 18.30 presso la Biblioteca Bernardini, Sala del Teatrino Piazzetta Carducci (Lecce), Il vizio di leggere: Quando nasce il bisogno di leggere? Da dove viene? Quali conseguenze porta con sè? Confessioni dialoganti per carta e ricordi tra Pierluigi Mele autore di “Da qui tutto è lontano” (Lupo editore) ed Elisabetta Liguori autrice con Rossano Astremo di “Tutto questo silenzio” (Besa editrice). L'incontro sarà coordinato da Anna Cordella. "Leggere è un vizio, una conquista, una passione sfrontata, un tic, un bisogno, a volte un alibi. C'è chi lo fa la sera prima di addormentarsi, chi al mattino davanti ad un caffè bollente, chi in autobus, chi in attesa dal dentista, chi di nascosto in uno scantinato, taluni per protesta, molti per dovere, altri per indolenza. C'è pure chi non riesce a farlo e si sente in colpa o chi non ci tiene affatto e quando vede un romanzo brillare sul bancone di una libreria fa spalluce e non sa perchè. C'è chi legge solo quotidiani, chi solo romanzi gialli, chi preferisce i saggi e prende appunti, chi divora di tutto e poi sente la testa girare. C'è chi ha bisogno di solitaria concentrazione e chi legge solo a voce alta per un pubblico scelto. Chi legge per sè, chi legge per un amico o per un amore. Chi legge male, chi legge troppo, chi legge due volte. Ma esattamente quando e perchè nasce il bisogno di leggere? Come cresce nel tempo e in quali condizioni? Quali conseguenze porta con sè? Leggere è un gesto di ribellione che molto cela e molto svela di un uomo o di una donna. In tempi di crisi il libro, e tutto quello che ruota attorno allo stesso, continua ad essere oggetto di accesi dibattici e grossi quesiti. Non si può non chiedersi perchè. Poichè la lettura è un cammino attraverso la storia degli uomini è giusto che ciascuno compia il suo a suo modo. A volte può essere interessante condividere quel cammino con qualcuno."
Mitili e Cenere, i trentatré componimenti poetici di Annamaria Cenerini esprimono un elevato uso della parola poetica, lì dove la poesia è sapiente scrittura naturale della parola essenziale che, come tale, non rimanda oll’oggetto che nomina, come direbbe Mallarmé, così caro all’autrice. Una poesia che diviene profonda sensualità e piacevole percorso di percezioni e di memoria, nella musicalità avvolgente dei versi che, pur liberi, concedono gradevoli assonanze e allitterazioni, nel fluido procedere di un linguaggio che sovente cede il passo agli enjambement. E il risultato finale è un ritmo continuo, un succedersi di suoni che nella mente arrivano quasi a configurarsi in un alternarsi del cerchio e della linea, così come si avvicendano da una parte il sacro, nel profondo desiderio di trascendenza (e il desiderio si fa vegetazione) e dall’altra l’immanenza del quotidiano, che si vuole conquistare alla stregua di tanta razionalità invocata, intravista nella disposizione dei libri sui ripiani squadrati e inseguita come un farmaco, (…) un ordine alfabetico da reiterare come monotone litanie domenicali. Tutte le poesie esprimono una sensibile tensione poetica nel raffinato tentativo di aspirare all’apollineo ordine delle cose, fuggendo dal caos naturale della percezione. Situazioni della vita quotidiana assurgono al più alto rango del sentire poetico, attraverso una sensualità che non ha più il corpo per oggetto della sua percezione, come nella precedente inedita produzione, ma la natura, con la quale l’autrice vive quasi un processo di identificazione dall’eco dannunziana (vorrei… esser nata oleandro o aloè); una natura che si fa parola poetica e ineluttabile nutrimento: parole che lievitano, che sanno di sale e rovi, parole impastate con farina di rose e acqua di ninfee; una parola poetica che, nel quasi rimorso di non aver potuto regalarla alle persone care che non ci sono più, continua a svolgere la sua antica funzione eternatrice. Pertanto questi versi svelano anche il loro contenuto metapoetico, come anche nelle voragini delle parole o nel groviglio dei pensieri che si fa ricordo e lei, divenuta bambina, rincorre schive galline prolifere di uova deposte altrove/altro tempo altre parole. E’ esplicito il ricorso ad una parola che sprofonda a recuperare innumerevoli significati, collocandosi in altri luoghi, altri tempi; divenendo, quindi, una parola “altra”. E da luoghi lontani, ancora una volta la natura restituisce la memoria di un’infanzia felice, come il profumo del mallo acerbo di quel noce che ombreggia il gioco di Tita e Francesco. Ma al di là del mallo e il noce, altre immagini simboliche si aggiungono da subito, dopo l’apertura salmodiante del primo breve componimento (Beati coloro che hanno verità e disegni definiti…). E così la luce e l’acqua, di cui la poetessa vuole nutrirsi, vanno a scomodare inveterati archetipi che preludono alla figura di un dio e di un divino intesi in senso umanistico, utili a superare l’immanenza. E ancora, l’antico giardino dei desideri, che nella nostra cultura arriva a confondersi con l’orto, ci regala mediterranei profumi familiari di salvia, menta e prezzemolo; peperoni, arance e limoni; percezioni totali che arrivano al sinestetico profumo biancastro del gelsomino materno. E poi la civetta e la gazza, il gufo e la rondine. Tutti simboli che rimandano ai quattro elementi naturali, ad eccezione del fuoco che compare indirettamente attraverso il sale che, estratto dall’acqua mediante evaporazione, altro non è che un fuoco liberato dalle acque. Il sale, così carico di significazioni, rimanda ancora una volta alla figura di Cristo (Matt. 5,13) e al suo valore di forza e salvezza; al concetto di purificazione e, più di tutto, a quello di una trasmutazione (fisica, morale, spirituale): il sale conserva gli alimenti ma può anche distruggere per corrosione. Ecco perché, nel suo ultimo avvertimento metapoetico, appreso nella famigliare fucina materna, Anna Maria suggerisce quel ‘sale quanto basta’, quasi ad indicare una certa parsimonia nell’uso della parola poetica, in sintonia con quella tenue luce che poche ore dopo/ il tramonto regala ombra/ e poi il silenzio agguerrito/ contro la parola urlata.
“In una democrazia, il popolo sovrano è tale se non viene escluso, attraverso i suoi rappresentanti, dalla gestione della cosa pubblica”. Mentre appare sempre più urgente ritrovare il senso profondo del suffragio universale, giunge da Aldo Quarta un’articolata riflessione sulla possibile dialettica fra società civile e organismi politici. Chi rappresenta la volontà popolare e chi è il popolo? Tra richiami storici e citazioni costituzionali, un importante apporto critico all’analisi dei tempi che corrono, un’esortazione alle più generose passioni della coscienza civica, un appello ai valori su cui si sono fondate e si reggono le società moderne.