sabato 18 ottobre 2008

Barbara Lanati vista da Ilide Carmignani ...ancora sulla traduzione



Traduttori trasparenti dentro il labirinto del testo

Da Emily Dickinson a Angela Carter, un percorso di riflessione critica che si porge come una sorta di autobiografia culturale nel libro dell'americanista Barbara Lanati «Pareti di cristallo», da poco uscito per Besa

Ilide Carmignani

Scriveva nei primi anni Quaranta l'insigne linguista Benvenuto Terracini, costretto dalle leggi razziali a un esilio argentino, che il traduttore deve trovare la ragione espressiva della propria fatica non annullando la propria personalità - cosa manifestamente impossibile - ma rendendola trasparente, riducendola «a una parete di cristallo che lascia vedere senza deformazioni ciò che sta dall'altra parte»: un testo, una lingua, una cultura irrimediabilmente diversa. Soltanto in questo modo riuscirà a evitare che le sue simpatie, i suoi interessi spirituali, lo attraggano con decisione verso il suo autore, facendogli correre il rischio di non essere capito, o all'inverso, solo così saprà vincere un «troppo vivo sentimento di fratellanza verso i lettori», peccando d'infedeltà nei confronti dell'originale.
Da allora gli studiosi hanno dimostrato non solo quanto sia problematica questa ideale trasparenza, ma anche come esista un gran numero di fattori, che vanno ben oltre la «personalità» del traduttore, in grado di influire sulle strategie di mediazione - siano queste source oriented o target oriented, come diremmo oggi - a partire dal tipo di rapporto esistente fra le due culture coinvolte, dal genere di testo e dalla funzione che esso avrà all'interno del sistema socioculturale in cui è destinato a collocarsi, dal prestigio dello scrittore, dalla natura del committente e, non ultimo, dal lettore cui ci si rivolge.
Insomma, molta acqua è passata sotto i ponti della traduttologia, ma l'immagine della parete di cristallo continua ancora oggi a esercitare un grande fascino, tanto da dare il titolo al raffinato volumetto sulla traduzione letteraria, di recente edito da Besa, in cui Barbara Lanati raccoglie quattro saggi dedicati a Gertrude Stein, Henry James, Angela Carter e Emily Dickinson, scrittori da lei acutamente indagati e amorevolmente restituiti in italiano nel corso degli anni (Pareti di cristallo, prefazione di Gianni Vattimo, Besa 2007, pp.151, euro 13).
Studiosa e docente di letteratura anglomericana, Barbara Lanati rivela di essere giunta un po' per caso alla traduzione letteraria, affascinata sui banchi del liceo dal rigore delle lingue classiche e poi sedotta, giovane ricercatrice appena rientrata dagli Stati Uniti, dalla stessa Emily Dickinson che Beniamino Placido le aveva proposto di tradurre per Savelli. Da allora si sono susseguiti svariati autori sulla sua scrivania di fine interprete - W.Carlos Williams, la poesia americana degli anni Ottanta, Ferlinghetti, Amy Lowell, Edgar Allan Poe - in un «lungo (e periglioso) viaggio» che ha affiancato quello dell'insegnamento e della critica, ma sempre e solo nella felice sinergia di un rapporto elettivo: tranne rarissime eccezioni, dichiara Barbara Lanati, la sua etica professionale la spinge a tradurre solo scrittori che lei stessa ha suggerito o sui quali ha lavorato a lungo.
Il volume, naturalmente, non vuol essere affatto un manuale, né fornire indicazioni pratiche, ma ci offre preziosi esempi di quel cammino verso l'opera, di quel lavoro di ricontestualizzazione letteraria e analisi testuale, che è premessa essenziale all'esercizio della riscrittura, il tutto all'interno di un percorso di riflessione critica che si porge quasi come una sorta di autobiografia intellettuale.
«Pochi giri di parole» sintetizza Barbara Lanati, «il traduttore serio deve sempre essere anche "critico"; deve entrare cioè nei labirinti verbali e filosofici di un testo, armato di coraggio, di umiltà e passione nel senso letterale del termine». Ed è così, per esempio, che per tradurre Angela Carter, la studiosa decide di inseguirne lo sguardo: visita la Brown University, dove la scrittrice ha lavorato, percorre le strade dove lei è andata a spasso, legge quello che la Carter ha letto, trova infine anche il modo di incontrarla, con l'obiettivo di intrecciare con l'autrice un dialogo che non sia soltanto implicito nella pagina tradotta.
Il rigore con cui Barbara Lanati accosta un testo da trasporre si rispecchia nelle sue attente analisi di traduzioni altrui, in particolare nel contributo sulle due versioni italiane del Ritratto di signora di Henry James. «Ogni traduttore - si sa - è responsabile delle proprie scelte, ma soprattutto dei propri errori» scrive, e molti traduttori tremeranno, consapevoli non solo di quanto sia facile commettere errori ma anche di come, agli occhi altrui, sia spesso impossibile distinguerli dalle scelte, specie se lo sguardo si chiude nell'orizzonte dell'originale.
Come afferma Gianni Vattimo nella sua prefazione, il testo da tradurre non è mai solo «un oggetto che sta di fronte al traduttore in una sua immobile e cristallina verità. È sempre un appello che chiede di essere ascoltato - certo in ciò che è e vuole essere; ma sempre anche da orecchie storicamente determinate», le orecchie di questo o quel traduttore, lettore privilegiato che fa della sua lettura l'oggetto della lettura altrui, pur sapendo che come ogni altra forma di interpretazione, compresa la critica letteraria, la traduzione non potrà mai esaurire l'originale. Forse, come scriveva Henry James, «the whole of anything is never told».

Da Il manifesto del 08 Gennaio 2008

giovedì 16 ottobre 2008

Sabine Spielrein vista da Stefania Erroi

Affetta da violente manifestazioni isteriche con tendenze anoressiche suicidali, la giovane Sabina Spielrein ha personificato il primo caso clinico trattato e curato dal dottor Jung con il metodo freudiano. Metodo che sostituiva ai sistemi costrittivi – quali docce fredde, camicie di forza e catene ai letti – la terapia della parola, della libera associazione di idee e dello scambio emozionale.

Oltre che paziente, Sabina diventa amante (tra i due scoppia anche la passione e l'amore, ma Jung è sposato) e allieva del dottor Jung e, a sua volta, psicanalista.

Estremamente convinta dell’importanza di insegnare la libertà di pensiero e l’educazione sessuale anche ai bambini più piccoli, fonda a Mosca il primo laboratorio di Solidarietà Internazionale noto come Asilo Bianco (cosiddetto per il colore con il quale erano dipinti i suoi interni), con la ferma intenzione di sperimentare “un’altra educazione” per creare “altri” bambini.
Con le sue stesse parole: «Pare sia la prima volta che una psicoanalista viene messa a dirigere un asilo infantile. Ciò che vorrei dimostrare è che se si insegna la libertà ad un bambino fin dall'inizio, forse diventerà un uomo veramente libero... ci metterò tutta la mia passione».
Sarà poi la storia con la morte di Lenin, la dittatura di Stalin e l’arrivo delle truppe naziste a deciderne il destino: verrà infatti uccisa nel 1942, a soli 57 anni, presso la sinagoga di Rostov insieme alla sua bambina.

Tratto da «Lei vede l’amore dappertutto vero?» «È la forza che genera il mondo»


(special tank to Edita e Ripensandoci)

martedì 14 ottobre 2008

Ilide Carmignani e i suoi autori invisibili

Il volume edito da Besa editrice raccoglie una serie di interviste sulla traduzione letteraria a scrittori, studiosi, editori, ma soprattutto a quella fascia di professionisti che danno voce italiana ai più importanti autori internazionali, da García Márquez a Naipaul, da Pennac a McEwan, da Coetzee a Ghosh. Il taglio, dallo stile fresco e immediato, raccontando il particolare mestiere del traduttore letterario, racconta anche la storia dei libri che leggiamo, di come sono nati e cambiati nel lungo viaggio dallo scrittore al loro autore “in seconda”, da altre culture alla nostra. Non mancano inoltre gli aneddoti sugli scrittori tradotti e le storie di vita vissuta in casa editrice.



ILIDE CARMIGNANI ha tradotto, per le maggiori case editrici italiane, autori come Borges, Cernuda, García Márquez. Nel 2000 ha vinto il I premio di Traduzione Letteraria dell’Istituto Cervantes. È consulente per la traduzione letteraria della Fiera del Libro di Torino.





posted on You tube by Studio 83
Intervista a Stefano Donno

domenica 12 ottobre 2008

L'Ofisauro di Gioia Perrone secondo Mauro Marino

E’ poesia che rotola questa, di parole capriola.
Presa dal fantastico racconto che sfonda il giorno, la lingua, ogni ordinario.
Parola gioco e vertigine: accolta, presa da un flusso visionario mischia luoghi e spostamenti e fughe.
Senti voci che strillano rauchi ‘tanghi’ al non so. A ciò che manca!
Trovi il taxi di De Niro lungo la strada dei guaglioni e Sakamoto, con un play, fa bolla, nella folla! Sotto sotto puoi sentire l’Enzo Jannacci e squillanti d-e-j-a-v-u, nei non sense, nei paradossi, nei voli. Ma confusi confusi, solo un infastuazione come di nuvola… lei è più sottile, perspicace, furbetta nella svolta, nel tagliare l’angolo per fare piroette, capitomboli, salti e larghe risate con la lingua.
Poesia femmina! Stropiccio di lenzuola con i voglio e i vorrei, gli “oh!” d’ogni stupore e quelli del venire.Quelli del correr via e dell’affronto.
Quelli che il tempo non lo sanno intero, lo fanno, nella rincorsa mischiando respiri con gli affanni.
Gambe velate di rosso e un gonnino tagliano la città dentro rincorse che sempre trovano “senso”! Ed è motivo di gloria nell’epoca del “non”, del mai trovare un senso! Cosa non da poco in questo incivile senza verso, fare parola, dire leggerezza!
Li la chiave per amare il poetare di questa poeta! Il suo indeterminato, il volo.
“Camminavo come un esercizio di equilibrio, / una ricerca lessicale in un calderone di sera / che era il profumo dei cappotti / e il riflesso di sguincio sulla vetrina. / Nulla che fosse umido, sanguigno, ma di opalescente vaghezza / un grigio passo di bacinella.” Scrive.
“…Un grigio passo di bacinella. Ma cos’è? Che significa, che vuole dire?”
Chiede, accanto, il correttore! Cosa rispondere? “Ma nulla, nulla o chissà cosa!”
Rimani nello stupore, nel ritmo, nel piacere, nel paradosso. Sei certo che la significazione, debba essere della poesia? E se far chanson è puro abbandono? Lasciarsi, inseguirsi sino al punto, all’esclamativo, al punto di domanda?
Così è questo scrivere: un perdimento! Un tempo fermato e fugace! L’impressione d’un bianco e nero. Della nostalgia che brucia e scalda e smuove… “E’ da giorni che te lo dico (....). Ho fatto sogni. Ho preso a trascrivere i sogni, ma spesso non rimane che un senso di caos, un arruffarsi e nient’altro. Se potessi fotografare anche quelli... Tu mi dici di questa malattia di scattare le foto, mi dici che scatto e scatto, ma quand’è che vivo lo scatto, quand’è che mi faccio scattare? Ho bisogno di fermare tutto. Ho bisogno di fermare, fermare. Anche Brunel si è fermato, non vuole fare nulla senza un mio accenno, senza un destino e un progetto. Ma io non tesso progetti, non sono progettuale, io butto, io spargo, al massimo, per rimediare, fermo. E Brunel mi dice tutto ma senza l’audio. Con le Malboro e il bavero alzato. (...) con quale gelido distacco il passante alla mia destra noterà il mio corpo muoversi, sparire dietro la pupilla?”.

Il Ritorno dell'Ofisauro
prima raccolta di versi di Gioia Perrone
per la collana di poesia I voli de I Libri di Icaro



fonte www.salentopoesia.blogspot.com
http://www.flickr.com/photos/allintensivepurposes/2519015943/

sabato 11 ottobre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

Flavia Piccinni, Adesso tienimi. Recensione di Luciano Pagano

Flavia Piccinni, con “Adesso tienimi” è sicuramente riuscita nell’intento di offrirci uno spaccato veridico di una situazione, quella delle periferie e nella fattispecie di Taranto, comune a molti giovani. Non solo. Con il suo romanzo è riuscita laddove molti altri potrebbero fallire per eccesso di zelo (vedi alla voce: pedanteria) o di intellettualismo. Quest’ultimo elemento, in particolare, risulta evidente. La giovane età dell’autrice, unita ad un’esperienza di scrittura - oltre a diversi racconti questo è oggettivamente il suo secondo romanzo - fanno accorgere il lettore del fatto che la Piccinni conosce le cose che racconta e non le scrive soltanto per scandalizzare. Il ragazzo di Martina è morto da poco, lo scenario in cui si muove la ragazza non è dei più belli, ma lei ci ha fatto l’abitudine e di certo non emerge per buona parte del romanzo, nessun desiderio di riscatto, semmai l’ambizione ad un’atarassia generica dentro cui resistere al mondo, isolati, coltivando le poche cose che offrono una certezza di tranquillità. L’ippodromo, un giro al porto, il tentativo di pensare ad altro, non c’è nessuna intenzione di indagine sociologica, nel romanzo della Piccinni, semmai una sorta di prossemica della sensualità, fatta di descrizioni di sguardi, gesti, piccoli riti, un esempio? La scena in cui la protagonista raggiunge la casa del suo ragazzo prima del funerale. Una altro esempio? I quattro amici che scrivono il loro nome su un lucchetto che poi legheranno a una catena. Il rapporto di Martina con la madre Adriana è da pari. La chiama e la immagina sempre per nome, i suoi genitori le fanno fare quel che vuole, come se non andare a scuola di sabato fosse un delitto, ci si chiede piuttosto perché Martina continui a frequentare, visto l’interesse. È chiaro che lo sguardo di Martina risulta essere quello più lucido e al tempo stesso obiettivo di tutto il romanzo “A volte non capisco perché le famiglie si ostinino ad andare d’accordo, a creare un senso di quiete che non esiste”. La stessa lucidità nei confronti dei professori, che non risparmiano considerazioni ad alta voce “Gli insegnanti sbraitano, fanno domande, commentano, spiegano. Ripetono che le lezioni, anche se obbligatorie, accolgono spesso asini travestiti che farebbero meglio a lavorare nei campi o alle pompe di benzina.” La risposta è forse che la scuola, nonostante tutto, resta l’unico collante sociale rilevante, in ogni condizione, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Una cosa che viene in mente è che il mondo di “Adesso tienimi” è popolato di arresi che hanno ceduto alla sconfitta anche quando non hanno sperimentato la perdita, professori di liceo arresi all’impossibilità di fare sforzi per migliorare gli studenti, figli arresi difronte all’inadeguatezza di genitori e parenti. Quando la professoressa di greco rivolgerà un’attenzione a Martina, semplicemente per chiederle come sta, ciò costituirà una novità momentanea, la prima volta in tredici anni di scuola dell’obbligo che un professore si interessa di lei. I protagonisti adolescenti di “Adesso tienimi” sono riusciti a individuare il codice di sopravvivenza per la città e per i suoi luoghi, perfino Tamburi che insieme a Paolo VI e Taranto 2 è considerato da tutti una pattumiera, si rivela essere uno dei luoghi più belli, con un mare cristallino che ai Caraibi se lo sognano. La generazione di eBay e degli iPod che si incrocia con problematiche vecchie come il dopoguerra. Il linguaggio e lo stile utilizzati da Flavia meritano un discorso a parte. Anzitutto c’è un’evoluzione sensibile nei confronti delle sue precedenti prove narrative, soprattutto i racconti; acerbi nella lingua anche se già individuati, cioè ognuno caratterizzato dalla resa di uno spaccato di mondo proprio, in miniatura; in “Adesso tienimi” il periodare è preciso, il lettore è spinto a visualizzare rapidamente ciò che accade, lo spazio lasciato al pensiero e alla para-noia è ristretto, teso in un “ciò che è” che è “ciò che accade”, identico a ciò che viene narrato. La gravità delle situazioni non viene certo sminuita da questa rapidità. “Adesso tienimi” è un colloquio con una persona assente, una finzione di monologo costruita con se stessi, chiave di volta di un amore che ci unisce a qualcun altro e, allo stesso tempo, da modo di conoscerci su un ritmo in crescendo che diventa pulsante, fino sciogliere nel finale la sua tensione.

Adesso tienimi, Flavia Piccinni, Fazi Editore

fonte www.musicaos.wordpress.com
rivista on line diretta da Luciano Pagano

martedì 7 ottobre 2008

SE CARAVAGGIO HA ASPETTATO 400 ANNI...di Maria Zimotti

A Roma è ottobre.
Sono quelle stagioni di mezzo in cui le città eterne danno il meglio.
Questa Roma di oggi è come Parigi del marzo di due anni fa.
Qui nel piazzale antistante la Galleria Borghese è il bianco che predomina, come al giardino delle Tuileries.
Con le dovute proporzioni.
Paris è sempre Paris, con la sua magniloquenza.
Le pietre eterne comunque, quelle dei monumenti, trattengono i ricordi.
E favoriscono il gioco dei rimandi.
Se guardo fisse le balaustre della terrazza e mi estraneo dal resto potrei essere di nuovo lì.
Assieme a lui però, non sola.
Ma qui oggi per me c'è anche l'emozione di un'attesa e il cuore mi batte.
Caravaggio l'ho lasciato a Parigi due anni fa.
Con il suo dipinto più bello: la morte della Vergine.
La nuca della Maddalena illuminata è di una tenerezza infinita.
E' la bruciante pietà umana di Caravaggio.
Al confronto del Louvre il Museo Borghese è un salottino ed è curato come una casa.
Subito al secondo piano, alla Pinacoteca.
Seguo il mio percorso personale.
Visito con calma e sono solo preliminari.
Perchè io ho un appuntamento oggi.
Alla fine di tutto, dopo aver messo alla prova le mie conoscenze sui vari stili, sentendo la commozione man mano fermarsi ogni tanto sul cupo Guercino o sulle belle veneziane di Tiziano mi accorgo che lui non c'è.
Non mi sono munita di guida ergendomi a cicerone di me stessa e alla fine del percorso nelle sale non ho trovato neanche un dipinto di Caravaggio.
Vedi la saccenza a cosa porta.
Scendo giù ed è un tripudio di sculture e di visitatori.
La scultura è più viva della pittura fende l'aria, abita l'aria.
Fende l'aria Proserpina ma la pietra la tiene.
Non si è liberata dal marmo più che dalle potenti braccia di Plutone.
Gli sfrontati putti del Bernini assomigliano tanto agli adolescenti che amava dipingere Caravaggio ma lui ancora non c'è.
Temo di essermi sbagliata, temo che magari anche stavolta ho avuto la sfortuna che i quadri che mi interessa vedere siano stati dati in prestito da qualche altra parte.
Finchè l'assembramento in una sala mi fa capire che sono lì.
Spezzettata in tanti quadri la sua furia non ha lo stesso calore della Morte della Vergine.
E' anche l'illuminazione.
Troppo sole per la Madonna dei Palafrenieri posta in un angolo vicino alla finestra.
E' una tela con dimensioni di un certo rispetto e come tutte le Madonne vuole essere al centro dell'attenzione.
E mi ricordo di un'altra Madonna che come una bambina timida stava al centro di una sala degli Uffizi.
La Maestà di Giotto è una Madonna semplice.
Arriva dal Trecento semplice gioioso e laborioso di Firenze.
Come una di quelle donne timorose di Dio dagli abiti semplici ti guarda franca senza peccato.
Così, arrivo ai dipinti di Caravaggio con la testa già da un'altra parte.
Colpa dei miei piedi stanchi ma anche di quel mio cuore che batte per l'appuntamento.
Vado sulla terrazza e mi arriva blando il profumo dei pini che costeggiano l'ombroso viale sterrato che parte dal Museo.
Devo incontrare un amico.
Uno di quegli amici che Internet permette di avere come nell'Ottocento.
I carteggi con la posta elettronica permettono questo.
Permettono incontri di anime senza sottoporsi ai rituali dettati dalla società.
Così ci incontriamo e in questi incontri la realtà è sempre diversa dall'idea.
O perlomeno è come la sala con le sculture e i visitatori.
E' l'idea che entra nel flusso della vita.
Ci parliamo ora con la nostra quotidianità, con il nostro timore di mostrare le nostre debolezze perchè dal vivo non si misurano le parole, cercando le migliori, non si può schiacciare il tasto Canc.
Poi ci si guarda negli occhi e si ritrova la nostra essenza, quella che ci ha portato a confidarci da mondi lontani.
E così Caravaggio ha aspettato quattrocento anni per il suo incontro con me.
Il mio amico ha aspettato di meno.
Potenza del villaggio globale.
Gli incroci di latitudini temporali e spaziali, quelli che si respirano nelle stazioni.
Le stazioni sono come i musei.
Luoghi eterni ma futuristicamente in perenne movimento.
Il mio amico mi abbraccia prima che io salga sul treno e il contatto è stabilito.
Il contatto con la realtà.
Ma sono sempre gli occhi che contano.
E' gentile e mi dice che i miei occhi parlano di me, di quello che sono veramente.
Come gli occhi infantili della Maestà di Giotto e gli occhi di Caravaggio nell'autoritratto come testa di Golia: gli occhi di chi ha penetrato il dolore della vita.

lunedì 6 ottobre 2008

Chiara Curione racconta del suo amore per la scrittura

La mia passione per la scrittura è cominciata sin da quando ero adolescente e scrivevo racconti e poesie su un diario segreto. Poi la vita concreta mi ha portata su altre strade: sposata a vent’anni ho continuato a dare lezioni di ripetizione ai ragazzi delle scuole medie e ai bambini delle elementari per dieci anni.
Mio marito non voleva che viaggiassi per lavorare e così continuavo a non perdere il contatto con la scuola e con lo studio attraverso questo lavoro che ho lasciato quando mio figlio è diventato più grande e quando ho dovuto assistere mia madre malata.
Ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo in questo periodo: dovevo trovare un momento tutto mio per distaccarmi dalla realtà triste, con continue visite mediche per mia madre e problemi insormontabili che lei mi creava, avendo bisogno di essere seguita come una bambina. Il mio ruolo di figlia si era invertito ad essere quello di madre. Cercavo di godermi l’infanzia e la fanciullezza di mio figlio, ma questo non bastava, così ho trovato rifugio nella scrittura e ancora una volta un rifugio segreto.
Quando scrivevo ero sola in casa, nessuno sapeva della mia passione, né amici né parenti, temevo il loro giudizio e credevo che mi avrebbero consigliato di smettere considerando questa passione una follia. Senza computer usavo una vecchia macchina da scrivere che faceva un rumore infernale ogni volta che spingevo un tasto. Quando terminai il romanzo lo inviai a un premio letterario e, con mia grande sorpresa, mi proposero la pubblicazione dell’opera. Il libro dal titolo “La sartoria di Matilde” fu pubblicato nel 2000.
Da allora sono uscita dall’ombra dedicandomi a tempo pieno alla scrittura, collaborando con il laboratorio di lettura della biblioteca di Gioia del Colle e pubblicando alcune fiabe storiche su Federico II, in ultimo il romanzo sul brigantaggio dal titolo “Un eroe dalla parte sbagliata.”
Scrivere è stata un’esperienza unica, ho conosciuto gente nuova, soprattutto scrittori come me. Grazie al mio primo libro sono diventata socia di un sito internet di autori ed editori e il testo fa parte del catalogo Danae, sul sito partecipo alla lettura incrociata che consiste nella valutazione dei testi di altri scrittori. Poi è uscito il mio libro di fiabe storiche su Federico II, con questo sono diventata più conosciuta come scrittrice, il testo è stato adottato in alcune scuole, ci sono stati progetti di lettura a riguardo e si sono fatte anche alcune rappresentazioni. Infine, a giugno di quest’anno, Besa ha pubblicato il mio romanzo sul brigantaggio che spero susciti interesse non solo nei ragazzi per cui è stato scritto, ma anche in un pubblico adulto. La storia si sviluppa su due livelli narrativi: presente e passato. Nel presente un ragazzino tredicenne fugge dalla ricca nonna di Milano per raggiungere la nonna del Sud che gli racconterà la vita del sergente Romano. Nel passato i fatti storici sono attinenti alla realtà e ambientati nel periodo post-unitario. Si tratta di una storia di cui si parla poco nei testi scolastici, ma che è importante riscoprire. In tutti i miei romanzi è forte il richiamo alla storia locale e alla nostra identità che mi auguro non vada perduta.
Sono nata nel 1962 e, facendo un bilancio ad oggi, come donna moderna sento di aver fatto sempre delle scelte difficili, almeno controcorrente. Il fatto di essermi sposata presto, di aver deciso di dedicarmi principalmente alla famiglia, mi fa scoprire adesso che per questo ho avuto più tempo a disposizione per seguire la mia più grande passione e contemporaneamente essere sempre presente come madre e come moglie.
La mia scommessa di diventare scrittrice nata di nascosto è diventata una realtà.





Chiara Curione è autrice di UN EROE DALLA PARTE SBAGLIATA (Besa editrice)


Un romanzo in forma dialogica, in cui il presente e il passato si intersecano narrando l’atavico divario tra Nord della penisola e Mezzogiorno. Un bambino conteso tra nonni paterni pugliesi e nonna materna milanese ascolta un racconto di tempi lontani: durante la campagna per l’Unità d’Italia, un romantico antieroe del sud, Pasquale Romano, sacrifica l’amore agli ideali, combattendo tra le fila dei “briganti” la guerra contro i Savoia e l’esercito piemontese. Una causa persa ma combattuta con le ragioni del cuore, a difesa dell’identità borbonica e di un mondo definitivamente spazzato via dal processo di unificazione, imposto al meridione con il fuoco ed il sangue.

Un’opera agevole ed intensa, un racconto passionale che mette in discussione falsi miti e luoghi comuni sul presunto debito di gratitudine del Mezzogiorno nullafacente e parassita nei confronti del ricco e laborioso Nord Italia.

CHIARA CURIONE (Bari, 1962) è autrice di racconti e romanzi e collabora con il laboratorio di lettura della biblioteca di Gioia del Colle.
La sua opere principali sono “La sartoria di Matilde” (2000) e una raccolta di fiabe storiche su Federico II, edita nel 2005, che ha offerto lo spunto per alcune rappresentazioni teatrali.

giovedì 2 ottobre 2008

U2 e la storia della musica




posted on youtube by implorius


Un video bellissimo degli U2, noto complesso pop rock, molto, molto suggestivo, poetico, affascinante in ogni senso. Buon ascolto!

Paola Scialpi

martedì 30 settembre 2008

Le donne della settimana n.3













Silvia Ziche
Cipriana Dall'Orto
Geppi Cucciari
Maria Adele De Francisci
Alessandra Appiano
Sarah Palin
Miriam Leone
Gwyneth Paltrow
Kate Hudson
Lavinia Biagiotti Cigna
Beatrice Trussardi
Hilary Swank
Concita De Gregorio
Irene Pivetti
Stella Pende
Jessica Alba
Isabella Ferrari
Victoria Beckam
Lilly Allen
Michelle Obama
Kylie Minogue
Mischa Barton
Barbara D'Urso
Eva Longoria
Martina Stella
Elisabetta Canalis
Sumaya Abdel Qader
Maria Daniela Raineri
Benedetta Cibrario
Valeria Montaldi
Susan Shapiro Barash
Emily Dubberley
Sonia Muller
Anna Molinari
Kate Moss
Laura Biagiotti
Antonella Trentin

fonte iconografica www.centroartivisivepescheria.it
opera di Cristiano Pintaldi

sabato 27 settembre 2008

Malata di Amore di Scrittrice75

Ho scoperto di essere malata da qualche anno. Quando dico malata, non intendo malata nel vero senso della parola, ma malata di testa.
Non voglio neppure dire di essere pazza, assolutamente. Ho solo un piccolo, se così si può definire, difetto: il mio sport preferito è fare innamorare gli uomini. Badate bene, ho detto fare innamorare, non farci sesso.
So già cosa vi starete domandando: quale differenza c’è?
C’è una enorme differenza. Chi punta solo al sesso, se ne frega dei sentimenti. Chi, invece, è affetto dalla mia malattia, non riesce a ritenersi soddisfatto se non ottiene l’amore del povero malcapitato di turno.
Un’altra delle caratteristiche che contraddistingue la mia patologia è che, non mi sento in dovere di scegliere la mia prossima vittima a seconda dell’età. Quindi 20, 30, 40, 50 anni non fa alcuna differenza. Oltre i cinquant’anni no, in quel caso si andrebbe oltre il limite della decenza.
Non sono una modella od una attrice. Sono una bella ragazza, come ce ne sono tante, ma dalla mia ho una cosa che molte donne non hanno, oppure non sanno sfruttare bene.
Io sono capace di rendere un uomo felice facendolo sentire speciale. Questo è il mio segreto.

ooooooooooooooooooo

Allora cominciamo con le presentazioni: mi chiamo Anna ed ho 30 anni. Lavoro, sono impiegata in una grande azienda chimica. Sono fidanzata da anni con Fausto. Lui è un agente immobiliare. Fausto mi ama ed io lo amo. Quando iniziai la mia storia con lui, ero innamorata nel modo giusto.
Vale a dire che ho cominciato ad amarlo follemente e l’ho desiderato con tutta me stessa. Con lui non ho utilizzato giochetti per conquistarlo. Sono stata me stessa.
C’è da dire che forse allora non ero ancora capace di utilizzare questa mia arte della seduzione.
Comunque la nostra relazione va avanti da cinque anni. Cinque anni di felicità.
Quello che ha contribuito a fare precipitare le cose è stato quando un mese fa, Fausto mi ha chiesto di diventare sua moglie.
Sul momento sono rimasta senza parole. Devo ammettere che non mi sono sentita felice. E’ normale questo? Di solito quando si riceve una proposta di matrimonio dall’uomo che si ama non si dovrebbero fare i salti di gioia?
Comunque non mi sono posta troppe domande. Gli ho risposto di sì.
“Fausto, ti amo tanto.” Mentre pronunciavo queste parole, lui intanto mi infilava al dito un bellissimo anello di fidanzamento. Un solitario che riluceva di mille bagliori.
Da quel momento in poi, posso dire di non essere più stata me stessa.
D’accordo con Fausto abbiamo fissato la data del matrimonio per il 16 giugno dell’anno successivo, abbiamo cominciato a muoverci per scegliere il ristorante, la chiesa, gli addobbi e tutto quello che necessitava per organizzare un ottimo matrimonio, ma in quei momenti la mia testa era altrove. Tra parentesi non so neppure io dove stava di casa, perciò non domandatemelo.
L’unica cosa certa era che non riuscivo proprio a concentrarmi sui grandi problemi che inevitabilmente un matrimonio comporta. Per questo motivo spesso ero poco entusiasta.
Chi davvero non riusciva a restare nella propria pelle per il grande evento era mia suocera Camilla. Da quando le avevamo annunciato la lieta notizia, aveva cominciato a sfogliare e leggere tutte le riviste del settore per cercare il meglio del meglio.
“Sarà un evento indimenticabile… Fidatevi ragazzi” continuava a ripetere.
Io mi fidavo talmente tanto, che avevo fatto scegliere quasi tutto a lei. Flavio, comunque, doveva avere notato questa mia estraniazione a tutta la situazione, infatti un giorno mi domandò: “Non mi sembri molto interessata a curare i dettagli del nostro matrimonio. O sbaglio?”
“No assolutamente, ti sbagli. E’ solo che tua madre è bravissima e mi fido di lei”
Fortunatamente il discorso non fu più ripreso.
Da allora però, cominciai a sentire crescere dentro di me una specie di inquietudine. E’ difficile spiegare come mi sentissi realmente. Sfatiamo subito un mito: non avevo voglia di tradire il mio fidanzato. Con lui stavo bene, e non sentivo la necessità di fare altre esperienze.
Però ci doveva essere qualcosa che mancava alla mia vita. Non era il sesso e non era l’amore, cos’era allora?
Continuavo a rimuginare su questa cosa e non riuscivo a trovare una risposta. Ad un certo punto rinunciai a capire, se mi sentivo così inquieta forse era solo dovuto all'agitazione per il mio prossimo matrimonio. Del resto un matrimonio ti cambia la vita.
Quando cominciai a rilassarmi ed a non pensare più ossessivamente alle sensazioni a volte di soffocamento, a volte di serenità che a tratti mi coglievano, cominciai a comportarmi in modo strano con gli altri.
Cominciò tutto per caso, se così si può dire.
Frequentavo una palestra, tre volte a settimana e lì avevo conosciuto un mio coetaneo. Eravamo diventati amici, ci aspettavamo sempre quando dovevamo iniziare gli esercizi e lo stesso, dopo la doccia a fine allenamento, uscivamo insieme e spesso ci fermavamo in un bar per bere in aperitivo in allegria.
Il suo nome era Fabrizio. Una donna capisce sempre quando un uomo è interessato a lei, ebbene Fabrizio era interessato a me. Quando quel pomeriggio gli confessai che il mio fidanzato mi aveva chiesto di sposarlo, qualcosa dentro di lui mutò.
Dalle volte successive, infatti, cominciò ad evitarmi. Notai immediatamente il cambiamento in lui.
L’unico problema era che non volevo fare a meno della sua compagnia, non volevo fare a meno di lui.
Per questo motivo, cominciai a comportami da stupidina. Dovevo assolutamente convincerlo a tornare ad essere mio “amico”, volevo di nuovo le sue piccole attenzioni che tanto mi rallegravano.
Quel pomeriggio mi avvicinai a lui. Stava facendo un esercizio di pesi sulla panca.
“Fabri” dissi piazzandomi davanti a lui nei miei shorts ultra attillati.
Lui interruppe l’esercizio e si rialzò per guardarmi. “Ciao Anna” mi rispose semplicemente.
“Fabri, ho bisogno di un favore enorme da te” iniziai.
“Che tipo di favore?” mi domandò asciugandosi il sudore dalla fronte con l'asciugamano.
“Sei il migliore informatico sulla piazza… Ti va di spiegarmi, quando usciamo dalla palestra, due cose su Windows Vista? L’ho appena istallato sul mio portatile. Ce l’ho dietro. Se hai voglia dopo andiamo nel nostro bar preferito. Ti offro l’aperitivo in cambio di un aiutino” gli dissi con occhi ammiccanti.
“Non so, veramente avrei un impegno..” disse
“No ti prego dai…” mi accovacciai al suo fianco e gli poggiai le braccia sulle gambe muscolose. Poi avvicinai le mie labbra al suo orecchio e gli sussurrai: “Forza.. non siamo amici? Perché ultimamente mi eviti? Ti sto antipatica? Ti ho offeso” gli domandai
“No, no assolutamente. Va bene dai. Ci vediamo dopo allora” cedette finalmente.
“Grazie sei un tesoro” gli dissi sorridendo felice stringendomi al suo braccio.
Lo vidi chiaramente deglutire ed arrossire leggermente. Quando mi alzai per tornare al mio tapis roulant sentii su di me il suo sguardo che mi seguiva ed in quel momento mi resi conto che ero felice di averlo convinto a vederci. Mi mancavano troppo le sue premure verso di me, i suoi complimenti....
Ma mi mancavano solo queste cose? Pensai in un attimo di lucidità.

Più tardi, ci recammo insieme nel nostro locale preferito. Mi sedetti in un tavolino d'angolo ed invitai Fabrizio.
“Sono felice che tu sia venuto con me... avevo notato che mi evitavi. Per un attimo ho avuto il dubbio che ti avessi offeso” gli dissi
“No, il problema, se così si può dire è un altro” mi rispose
Lo osservai in viso. Fabri era il tipico ragazzo carino, ma timido. Non che non cercasse di abbordare le ragazze, ma quando si trattava di affondare il colpo di solito ci andava giù cauto.
A mio avviso avrebbe potuto essere più sicuro di se stesso, era un ragazzo con lineamenti regolari, capelli corti castani e due bellissimi occhi verdi. In più si era forgiato un fisico niente male con palestra e pesi.
“Cosa significa che il problema è un altro?” gli domandai
“Lasciamo perdere Anna... Prendi il Pc così ti spiego come funziona Windows Vista”
Cominciò a farmi vedere tutte le nuove caratteristiche del sistema operativo ed io, mentre parlava, gli fissavo le labbra sorridendo.
“Sei un fenomeno davvero” lo interruppi
Lui si voltò a guardarmi e ci trovammo a pochi centimetri di distanza. Poi mi chiese: “Ma mi ascolti si o no?”
“Certo, ho capito tutto cosa credi.... Sai cosa penso Fabri? Penso che quando sei intento a spiegare procedure informatiche sei più affascinante del solito” gliela buttai. Io calcolavo e ponderavo tutto prima di colpire. Sarei stata una ottima giocatrice di poker.
Lo vidi nuovamente deglutire ed in quel momento compresi che io gli piacevo moltissimo, non un pò.
“Mi fai male se mi dici che ti affascino sai? E' meglio che tu non me lo dica. Anzi no, è meglio che tu mi dica che non ti piaccio per niente” sbottò
Ed in quel momento compresi che io a Fabrizio non piacevo soltanto: lui era preso di me.
Questo pensiero mi fece gonfiare d'orgoglio.... Al posto di sentirmi colpevole per averlo, tra virgoletto, illuso ed ammettere a me stessa che avrei fatto bene ad evitarlo per non innescare ulteriori problemi, io mi sentivo una Dea.
Questo fu l’inizio della mia “malattia”. Dalla quale non ho mai avuto alcuna intenzione di guarire.


Continua..............




Mi chiamo Angela ed ho 33 anni. Lavoro nel settore chimico e sono una addetta al servizio qualità.
Sono sposata e mamma di due bambini.
Adoro scrivere. Scrivo da anni, ma sempre racconti brevi o novelle. Ho deciso di cimentarmi in un romanzo l'anno scorso e da lì è nato il mio Pensa a ciò che desideri davvero.
Avevo iniziato a pubblicare quache capitolo del racconto sul mio blog, ma poi ho fermato tutto. Grazie per i complimenti e spero torniate sul mio blog per leggere il seguito di Malata d'Amore.

fonte iconografica di Telma Perdigao

mercoledì 24 settembre 2008

Un mio augurio a Domenico Protino





La cultura della Bellezza, passa anche attraverso la buona musica. Caro Domenico, che tu sia artefice di questo meraviglioso processo. In bocca al lupo.

Paola Scialpi







Domenico Protino
L’album in vendita in tutti i negozi dal 26 settembre 2008
In airplay radiofonico “La guerra dei trent’anni”
Showcase alla Feltrinelli di Bari il 26 settembre

Dopo avere vinto il Premio Lunezia nella sezione Nuove Proposte con il brano “W la Vita” ed aver rappresentato l’Italia al Festival di Viña del Mar in Cile e vinto con il brano “La Guerra dei trent’anni”, Domenico Protino presenta il suo omonimo album d’esordio.
Il prossimo venerdì 26 settembre, presso la Feltrinelli di Bari (h. 18.30) si svolgerà lo showcase di presentazione, nella sua terra, la Puglia.
Cantautore ed interprete nato a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi, si appassiona giovanissimo alla musica per poi scoprire il suo amore per la chitarra e successivamente alla musica cantautorale italiana e al pop internazionale.

Nel 2000 decide che la musica sarà la sua vita e cogliendo ogni possibilità di esibizioni live - siano esse in cover band sia da solista nelle vesti di cantautore - partecipa a concorsi canori nazionali che gli permettono di prendere confidenza con palcoscenici sempre più importanti, fino ad arrivare alla vittoria del prestigioso Premio Lunezia Giovani Autori 2007 che premia il valor musical-letterario delle canzoni italiane, con il brano “W la vita”. “W la vita” un brano che si propone di trasmettere l’energia e l’ottimismo necessari ad affrontare questa “splendida gita” con cuore e determinazione, senza condizionamenti o paura di mostrare quello che si è realmente.
Questo premio gli consente di esibirsi “fuori concorso” in altre importanti manifestazione come il Premio Mia Martini, il Solarolo Song Festival, il M.E.I., Sanremoff e il Premio Bindi. Nell’estate 2007, Domenico si aggiudica il Premio Salentino con il brano “La nuova aurora”.
Nel 2008 viene selezionato come unico rappresentante italiano al Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar in Cile (il più importante festival dell’America Latina e unico gemellato con il Festival di Sanremo); Domenico Protino vince con il brano “La guerra dei trent’anni” aggiudicandosi due “gaviotas de plata” ovvero i premi come migliore autore e migliore interprete. La prestigiosa manifestazione è molto spesso la porta di accesso al ricco mercato musicale dell’America Latina, ma anche occasione di promozione intercontinentale.
“La guerra dei trent’anni” fa riferimento, nel titolo, alla guerra del Peloponneso (Atene contro Sparta) e a Pericle abilissimo stratega ateniese, fautore della democrazia radicale - piena parità dei cittadini nella gestione della vita pubblica - ma anche uomo di cultura. Come lunghissima fu quella guerra, così anche quella “combattuta” da chi ha trent’anni e ha trascorso già abbastanza tempo per non accorgersi che è difficile accordare fiducia a chicchessia, che soltanto pochi “pazzi” mantengono la parola data, che nessuno ti aiuta senza un tornaconto personale, che non può che augurarsi appunto un ritorno all’Età di Pericle, un ritorno alla meritocrazia per far valere i propri diritti e i propri talenti. Per questo “vuole diventare pazzo” e “vuole diventare cieco” per non capire e non vedere parzialità e storture: la vera vittoria non consisterà necessariamente nella vittoria personale ma in quella di un sistema trasparente fondato sul merito. Vincerà Pericle!
Con questa esperienza Domenico Protino inizia il suo percorso professionale con gli attuali produttori Maurizio Dinelli e Beppe Carletti.
Il suo primo album “Domenico Protino”, consta di 10 brani. Registrato presso gli studi Panpot di Brindisi e mixato allo Studio S.Anna di Castel Franco Emilia (Modena) e al Creative Mastering di Forlì, suonato interamente, oltre che da Domenico, da musicisti pugliesi, è realizzato sia in lingua italiana che in lingua spagnola per il mercato latino-americano; scaricabile da iTunes e in vendita nei negozi dal 26/9 distribuito da Warner Music Italia Srl.

Contatti

Domenico Protino:

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martedì 23 settembre 2008

Monica Viola: Tana per la bambina con i capelli a ombrellone

Questa è la storia di una ragazzina affamata d’amore e d’accettazione in una famiglia romana troppo numerosa e caotica per saziarla. È la storia di una generazione ibrida e rimossa: quella di chi era troppo giovane per il ’77 e troppo vecchio per gli anni Ottanta. È la storia di una Bambina con i Capelli a Ombrellone cresciuta a cavallo dei due decenni, inciampando nelle spine più aguzze della vita: le molestie dei fratelli, la malattia e la morte della madre, l’indifferenza del padre. È la storia di un’Italia prima insanguinata e impaurita, poi d’improvviso futile e leggera.
“Tana” è uno di quei rari romanzi di formazione in cui la storia con la “s” minuscola – che come la protagonista si appiccica, seduce e non molla – riesce a intercettare la Storia con la “s” maiuscola, a farsene bandiera. In cui il privato è “politico” nel senso più ampio del termine. Il monologo interiore che l’autrice Monica Viola ci regala – con una prosa potente, aspra e originale – rivela le fragilità di un’adolescente vissuta sentendosi marginale in un contesto di angoscia collettiva: ripercorriamo nei suoi flash sgomenti gli anni delle stragi e degli omicidi “politici”, Bologna e Moro, Serpico e i gambizzati, le mille “paranoie collettive”. E, allo stesso tempo, sbandiamo con i suoi sbandamenti: gli errori, le bugie, il sesso inutile e pieno di odio, il pochissimo amore, le amicizie, le perdite dolorose. Con una colonna sonora che, da sola, batte il tempo del romanzo, dai Pink Floyd ai Gong di Daevid Allen e Steve Hillage, da Guccini a De Gregori, dagli Chic alla Sugarhill Gang, dai Genesis agli Earth Wind & Fire, da David Bowie ai Genesis, fino a Madonna e ai Duran Duran, icone pop di un decennio pop, per concludersi con il lirismo degli Smiths.
Non c’è nulla di buonista: la Bambina diventa donna e rifonda la sua vitalità, ma a caro prezzo. Il messaggio è scabro e concreto: si può sopravvivere. Nessun eroismo, se non quello della sopravvivenza.
Dice bene Lidia Ravera nella quarta di copertina: “La piccola educazione sentimentale di una bambina sincera e scostumata. Un’apologia del disagio giovanile come solo e insostituibile motore per una formazione decente. Epica frammentaria di pigrizie e crudeltà, alla ricerca di un po’ d’amore, anche poco, anche usato, anche effimero. Un bel personaggio, la Bambina con i Capelli a Ombrellone, tana per lei, fra Flaubert e Woody Allen”.
Dice bene l’autrice: “Questa storia vuole anche essere – con poche pretese – la cronaca di una generazione senza identità: troppo giovane per il ’77 e troppo vecchia per gli anni 80. Generazione ibrida che ha fatto da ponte tra due estremi, sotto l’ombra lurida degli anni di piombo e delle stragi di Stato. Una generazione rimossa di cui non parla mai nessuno, assente anche dall’immaginario cinematografico. E però eravamo tanti, scuole con le sezioni fino alla lettera 'T'. Dove siete, tutti?”.

quarta di copertina

“La piccola educazione sentimentale di una bambina sincera e scostumata. Un’apologia del disagio giovanile come solo e insostituibile motore per una formazione decente. Epica frammentaria di pigrizie e crudeltà, alla ricerca di un po’ d’amore, anche poco, anche usato, anche effimero. Un bel personaggio, la Bambina con i Capelli a Ombrellone, tana per lei, fra Flaubert e Woody Allen.” [Lidia Ravera]

Roma, anni Settanta. Epoca di passioni politiche che infiammano, di attentati ed esecuzioni a insanguinare le strade, di giorni intrisi di una tremenda, capillare angoscia collettiva. Fino al sopraggiungere degli anni Ottanta, futili e liberatori, carichi di voglia di leggerezza e di evasione, di musiche di tendenza, di mode irrinunciabili.

A cavallo dei due decenni, la storia interiore di un’infanzia e adolescenza, il racconto di una bambina che, passando attraverso esperienze dolorose e destabilizzanti - ma senza mai rinunciare a rincorrere la felicità -, infine diventa donna.

Cresciuta in una famiglia numerosa, caotica e vecchia maniera, con un padre autoritario, una madre dolcissima, sorelle, fratelli e una nonna rinchiusa nel suo passato di sogno, la Bambina con i Capelli a Ombrellone inciampa nella vita e nelle sue spine più aguzze, subisce lacerazioni traumatiche (le molestie sessuali di due dei fratelli più grandi, la grave malattia della madre), sbanda - ma si reinventa con nuova, sorprendente, trascinante vitalità.

Affronta la scuola con i suoi piccoli grandi insuccessi, le difficoltà degli amori e l’ambiguità del sesso, sa riconoscere la vera amicizia (anche se non sempre sa rispettarla), ma si adegua alle compagnie più diverse, sempre alla ricerca di un po’ di attenzione, di un po’ di affetto, spinta da quella voglia urgente dell’adolescenza di piacere e conquistare e con la necessità profonda e sommersa di un inconsapevole, istintivo costruirsi. Sostenuto però da una grande risorsa: la capacità di cercare negli altri il miracolo dell’accettazione nonostante tutte le proprie traballanti insicurezze, quel miracolo che, unico, potrà aiutarla a “ricucirsi”.

Un romanzo a forma di lungo monologo interiore, che alterna brani di narratività accattivante a momenti di autentico lirismo. Una prosa attenta, scrupolosa, dallo stile sintetico e pregnante e dal linguaggio intensamente evocativo: parole dense e vere per raccontare una storia che, come la protagonista, si appiccica, seduce, non molla.

Monica Viola è nata a Roma l’anno in cui nasceva il beat. Ci abita ancora, infelicemente impiegata. Questo è il suo esordio narrativo.

Tre ragioni per NON leggere questo romanzo:
1. ami la letteratura “minimum fax”
2. odi i memoir
3. in un romanzo cerchi una narrazione compiuta con una storia e un finale, magari inaspettato.
mv

fonte iconografica e comunicazione tratti da www.monicaviola.it

domenica 21 settembre 2008

Lidia Ravera vista da Elisabetta Liguori

Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, ” Le seduzione dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi.
Un buon romanzo, a mio avviso, nasce sempre da un’idea forte, una specie di intuizione quasi fastidiosa. Tale idea si nutre dell’osservazione e attraverso quella, nel bene e nel male, genera atmosfere, personaggi, eventi. A volte anche in maniera casuale. Se l’idea iniziale è davvero forte, il romanzo che ne deriva andrà lontano e sarà sempre possibile, per ciascun lettore e in ogni tempo, riconoscere, tra le altre da quella germinate, l’idea principale. In questo romanzo si conciona di umane corrispondenze, intese come frutti diversi di un diverso fraintendimento. Un po’ tutte le relazioni umane, infatti, si fondano su un malinteso, sull’efficace elaborazione di un’ immagine che risente della soggettività di entrambe le parti coinvolte, e che per questo produce cambiamenti continui e variabili. Ecco in sintesi l’idea prodromica alla storia messa in scena da Lidia Ravera, il suo romanzo incubato.
Tutto comincia in una casa: stanze caotiche che sembrano fuggire dagli oggetti o dalle quali gli oggetti stessi sembrano voler fuggire. La casa di un uomo solo, descritta esattamente come le donne sono solite immaginarla. Sudiciume e stratificarsi di detriti su detriti, tra i quali nulla lascia intuire un cambiamento imminente. A questa casa viene fatto il dono di una donna. Non dirò qui come, perché il come riguarda la trama ed è terreno impervio adatto solo al lettore. Non voglio entrarci. Dirò invece di questa donna, perché lei è l’idea prodromica. Una cameriera: tale la donna si dichiara, come tale si veste, come tale agisce, pur restando fuori da ogni schema noto sin dalla sua prima apparizione. Già la sua presenza, prima ancora della sua vista, impone ai luoghi un prurito nuovo e diverso. La tavola imbandita, un pentola che brontola sul fuoco, profumi indefiniti che evocano l’infanzia, musica impegnativa, stanze ritornate alla luce. Tutto questo, un mattino qualunque, precipita il padrone di casa in un’ansia imprevista, lasciando presagire una presenza aliena e un’armonia nuova da metabolizzare. Lui è un editor ultraquarantenne, algido, capelli sale e pepe, grande cultura, ma sguardo incupito, disilluso, avvezzo alla solitudine. Un matrimonio sbagliato alle spalle, nessun figlio, solo alcune esperienze recenti con quelle che lui chiama “Opere Prime”, cioè giovani scrittrici debuttanti, acerbe, vogliose di successo e credito. Il rigore chirurgico con il quale la Ravera descrive i suoi personaggi è strumentale al corretto svilupparsi dell’idea di partenza. Il profilo del protagonista maschile è, infatti, netto, la sua immagine riflessa nello specchio ha contorni compiuti, costituiti da mille dettagli che raccontano sapientemente un’intera generazione. Quella generazione così ben cantata dalla Ravera anche in altri suoi romanzi, quella delle scoperte e delle rivolte, quella dell’intelletto appassionato, quella che aveva mandato Flaubert a memoria. Quello descritto non è più lo stesso uomo, ormai, ma un freezer, da tempo relegato all’inverno emotivo più rigido, sia nella cura di sé, che in quella delle relazioni con gli altri. Cosa potrà mai far cambiare idea ad un uomo così? Da cosa o da chi potrà mai essere veramente sorpreso e animato un uomo deluso, ormai stabilmente planato nel suo inverno sentimentale? Sarebbe scontato chiedere ausilio all’amore, immaginare una passione autentica, se pur letteraria, capace di rimettere in movimento la partita e cancellare gli effetti di una sorta di “collettiva epocale anestesia”, come la stessa Ravera definisce la cifra stilistica degli anni che viviamo. Ma l’autrice non si accontenta dell’amore. Il romanzo trabocca di accorate definizioni del cuore e le sue maniere, ma il tema fondante l’intero plot narrativo non è semplicemente l‘amore, quanto i suoi necessari molteplici artifici.
Quella che l’autrice mette in scena, dunque, è proprio quella chiamata ancora oggi The comedy of errors, ma lo fa con i toni della truffa e della disperazione. Per mettere in atto una vera rivoluzione sentimentale, infatti, ci vuole una sorta di sorprendente e articolata epifania. Una donna epifanica, appunto. La donna immaginata dall’autrice è dunque molte cose insieme. Serva, femmina, donna, mentore, complice silenzioso. Una rappresentazione strutturata per piani e punti di vista. Non è mai chiaro infatti se questa donna menta o dica il vero; cosa riveli e cosa taccia; fino a che punto finga e perché, quanto sia reale la luce che sembra le si accenda negli occhi. Dinanzi ad una donna come questa, che sa di casa, di desco, di odorose mura domestiche, che edifica familiarità laddove prima era il deserto e che lascia intravedere altri mondi senza svelarli del tutto, senza imporli, ci si aspetterebbe la stesura immediata di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Invece tutto evolve verso la passione e il contrasto. Lei cucina splendidamente, legge Perec, parla francese, ascolta musica classica, veste notturni abiti da sera. Ha un’età indefinibile, modi riservati e biondi, eloquio raffinato e schivo. Rivela profili quasi inconciliabili con quelli propri di una colf, ma che illuminando la casa finiscono per illuminare anche chi la abita, inducendo stati di grazia e benessere. Un personaggio così si presta splendidamente al tormento amoroso, ma anche all’equivoco, all’infingimento, all’autosuggestione, che è elemento imprescindibile della passione stessa. La creazione di un personaggio come questo consente all’autrice di giocare a piacimento con le categorie tradizionali, coi ruoli maschili e femminili, con gli schemi ai quali ogni giorno nonostante tutto, siamo ancora costretti, ribaltandoli, finalmente contaminandoli.
Il romanzo racconta, in un crescendo altamente sensuale, questo evolvere della mente, del cuore e del corpo, con cadenze che a volte si tingono di giallo, in altri di erotico cinismo.

“La gabbia si apre e l’ego prende aria.”

E’ così che solitamente prende forma la passione: partendo principalmente da sé. Rompendo gli argini e rovesciandosi sul mondo. Quell’editor glaciale vede in questa donna, spuntata fuori dal nulla col suo bravo grembiulino e la crestina inamidata, tutto quello di cui lui ha bisogno. Vede un nuovo se stesso.
Lei di contro recita accortamente la sua parte, rivestendo posizioni femminili e maschili nello stesso tempo. In parte soddisfa le aspettative, in parte sfugge. Tutto s’incastra perfettamente: sogni, desideri, immagini, bisogni. La Ravera, infatti, è splendida nella descrizione di questa donna/uomo, che ha della donna il potere del corpo e la conoscenza, mentre dell’uomo le regole psichiche, i codici primitivi, gli impulsi. Pennella così i tratti di una giocatrice matura, di una regista esperta e di un’attrice navigata, che sa come farsi contenitore accogliente dell’altrui proiezioni, che sa di quale materia sono fatte le emozioni e sa come usarle. Regina della casa e del letto, fatta di vetro trasparente, è in grado di raccoglie tutta la luce all’esterno, brillando di tutto e del contrario di tutto.
Con una regina così è inevitabile lo scacco al re, come si evince dalla copertina del libro. Nel momento dell’innamoramento la narrazione sale di tono, diventa trionfale, una sorta di inno alla gioia. Il giudizio morale è sospeso e il rischio si eleva insieme alla posta in gioco. Finalmente il Sentire! I personaggi, l’editor, la sua giovane amante, la sua ex moglie, gli amici, la misteriosa cameriera, che fino ad allora erano stati elementi di un insieme omogeneo, membri diversi di uno stesso gruppo, diventano unici, ciascuno a suo modo. Perché è vero: l’amore ti estrae dal mucchio. Ti fa sentire unico e irripetibile. Ti trasforma in un eroe solitario ed illogico. Offre alle strade che percorri abitualmente un’enfasi epica, emozionale, altissima, prima sconosciuta. Ti sveglia in un letto nuovo e importante. Forse è un inganno, un gioco d’azzardo, ma accade. E ne abbiamo bisogno. Così come una donna di servizio che, per le ragioni le più varie, voglia essere amata, sarà in grado di altissime prestazioni, questa illusione è l’unica ragione per cui chi ama o crede di amare diventa capace di grandi cose. Chiedersi se stia amando davvero e perché, di chi sia la colpa o il merito, a volte può essere fuorviante.

Le seduzioni dell’inverno, Lidia Ravera, Nottetempo, 2008, €14
Fonte www.musicaos.wordpress diretto da Luciano Pagano

sabato 20 settembre 2008

Katy Perry - I kissed a girl





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giovedì 18 settembre 2008

Elisabetta Liguori su Valeria Parrella e il suo Spazio Bianco

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

* Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
* Mina, ma perché?
* Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

- Lei lo sa?
- La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

Fonte www.musicaos.wordpress.com diretto da Luciano Pagano

mercoledì 17 settembre 2008

Serena De Carlo intervista Pierluigi Mele

Intervista a Pierluigi Mele, da Il lessico dell’illusione in Pierluigi Mele

Estratto di tesi di Laurea in Linguistica Generale. Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, Università del Salento A. A. 2005/2006.


Perché ha scelto di scrivere poesie?
La poesia è una forma dello sguardo, è più probabile che sia lei a cercarti. Probabilmente nasce quando pretende, per oscuri percorsi, il trasfigurato, il rimescolamento delle carte, lo scuotimento dei segni. Cresce allora per una sorta d’inquietudine, come a voler raschiare il fondo di un terreno. Come se la penna, per dirla con Seamus Heaney, valesse quanto la vanga del contadino. Ed è con la penna che un poeta scava.

Quanto è influenzata la sua poesia da altri generi artistici (teatro, cinema, musica)?
L’influenza è totale. Non ricordo se sia stato Alberto Moravia a sostenere che un poeta, quando è a contatto con l’arte, è in casa propria. Forse perché il suo codice espressivo non mira tanto alla comunicazione, all’informare un eventuale pubblico su accadimenti, opinioni, indici di gradimento e mode. Il datore di lavoro della poesia, la sua paga e la sua bolletta, è la bellezza. Che si muove ovunque, nei bassifondi come sul tram, in un quadro come nelle sale d’aspetto.

Come nascono i suoi versi?
Dal distacco. Questo cadenza le occasioni e le finzioni della scrittura, lasciando la possibilità alle cose di disperdersi per poi ritornare sotto una più definita veste nel corso del tempo. Il Tempo, questa religione laica di un poeta per me molto importante come Iosif Brodskij. Secondo il quale “chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una “lettura”, commette un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso”.
Se lo scritto giornalistico abbraccia ed offre l’immediatezza della cronaca per subito stracciarla, la poesia penetra il contingente trasfigurandolo, prendendone le distanze, e fissa tanto il metafisico quanto il quotidiano con uno sguardo affilato nella metafora.

Come avviene la selezione e la combinazione delle sue parole?
Nessuna parola può essere lasciata al caso, anche se dal caso quasi sempre proviene. Le parole devi quasi sbiancarle per riuscire a penetrarle. L’agognata limpidezza dei versi è il risultato di un inesauribile flusso e montaggio, di attesa e ritorno a distanza allo scritto per verificarne i frutti. Un lavoro di sottrazione che punta all’essenza delle cose. Nello spazio brevissimo dei versi, devi contenere quel respiro, quella particella di vita che può essere detta solo in una forma e non in un’altra, con parole nette, definitive, lievi e pesanti insieme.

Crede che la poesia sia il veicolo più diretto per comunicare il suo pensiero?
Credo di sì. Come nella mia produzione teatrale, lo sguardo è sempre di natura poetica. Questo sguardo tende a sgombrare il campo dalle pastoie dell’Io e a misurarsi senza paraocchi col mondo. Parlare di un tramonto, di un’alba o di un autunno equivale ad affermare la vitalità che queste evidenze scatenano, evidenze a cui spesso non prestiamo ascolto proprio perché pensate “dovute”. È con queste evidenze della natura, ma non solo in queste chiaramente, che possiamo avvertire i segni di maturazioni e decadimenti nostri e della stessa lingua.
Un film o una musica per me sussiste soltanto se d’autore, perché espressione autentica di ricerca fatta con quello sguardo poetico senza il quale l’opera cinematografica o sonora risulta un prodotto industriale, legittimo ma destinato al consumo in serie. “D’autore” però non significa di noia. Parlo piuttosto della capacità di rinnovamento, di estro. Pensi all’architettura musicale di Bach, o alla forza di un certo quotidiano in Luigi Tenco. Ad Orson Welles, secondo me il più grande cineasta del secolo. Il suo incompiuto Don Chisciotte è genio allo stato puro. Spesso Welles ha portato sullo schermo storie della letteratura (Kafka, Shakespeare, Cervantes) e sempre con uno sguardo straordinario.
L’aspetto ludico, estemporaneo dell’atto poetico non è escluso da una visione d’autore, tutt’altro. Perché regna un elemento fondante sull’arte: l’istinto, o l’improvvisazione, per dirla col jazz. Per esempio: l’orecchiabilità e quindi il successo di molte canzoni del patrimonio musicale è stato concepito proprio dal guizzo dell’autore, che ha saputo pescare dal fondo il “bene” comune. Lei scuserà questo mio continuo richiamo alla musica, ma credo che appunto una canzone sia destinata a vivere più di tutti i libri che leggeremo.

Quanto incide nella sua scrittura l’ambiente salentino in cui vive e quanto il suo luogo straniero di nascita?
Il Salento non esiste. Il Salento rappresenta un luogo mentale dove si danno appuntamento i fantasmi, le sirene, le suggestioni d’infinite terre. Indica allora una terra che vive innanzitutto nei miti. Significa perdersi in racconti, suoni e colori; o nella luce meridiana, particolarmente amata da quello squisito editore (non ne nasce che uno per secolo) che è stato Vanni Scheiwiller.
Il Salento architettonico, terrestre, marino e culinario è di matrice culturale, non pubblicitaria. Origine comune, credo, a qualunque terra di mito, tanto per affermare non la supposta ed esclusiva identità del Salento, ma la sua alterità.
Quanto al luogo di nascita, esso assume la medesima caratteristica, in quanto luogo di sensi e di rimandi in perenne ritorno. Non posso tacere le suggestioni che il Nord ha esercitato in me: i profumi del verde, della neve, l’aria così folle del favonio, e un ordine, una disciplina che riguarda anche, senza portarla alle lunghe, la puntualità.

Esiste un “lettore-modello”?
Non sempre. Talvolta esiste un lettore immaginario, comune, della porta accanto con cui confidarsi, in un rapporto che vuole provocare sintonie sentimentali. Non credo che si scriva per dei club elitari, se la materia del poetare intende parlare con tutti. Altre volte questo “lettore invisibile” ha un nome, per esempio Oreste Macrì.

Presuppone nel suo destinatario un determinato tipo di formazione culturale?
Non puoi nascondere l’elemento formativo, l’educazione culturale di un lettore. Parlare con tutti è un voler parlare all’intelligenza del cuore, non è il vociare da comiziante. Piuttosto è la prova che fa coincidere lo scritto con il vissuto, che sono dimensioni di un’unica espressione esistenziale. La poesia può essere un fiato che s’insinua nei sensi del lettore, che lo istiga, lo accende e lo mette alla prova. Altre volte è un dialogare con la lingua stessa, in un corpo a corpo che può deliziare o sfinire.

Qual è il significato delle ellissi, delle allusioni, delle citazioni esplicite e indirette che compaiono nei suoi testi?
Forse tutti noi non facciamo altro che riscrivere. L’intera storia della letteratura è un interminabile processo di ri-montaggio. Io sono ciò che leggo e che rubo con gli occhi, esattamente come sono il figlio di una precisa coppia. Sono ciò che ascolto, che imparo e ricerco. Non si tratta di ostentare una presunta biblioteca, ma di abitare con entusiasmo la cultura. Vuol dire rendere testimonianza, tributare chi ha contato.

Chi sono gli “inquilini assenti” di cui parla in una delle sue poesie?
A volte sono questi fratelli o padri della scrittura perduti lungo la strada, che ritornano come dei gatti invisibili dalla finestra. Sono i poeti sconosciuti ai più, spesso scoperti per caso. Autori da ricordare nella maniera più semplice: parlandone, leggendoli ed invitando a farlo.
Ma non sono soltanto questi gli inquilini di cui lei mi chiede. Sono anche gli affetti privati da custodire e difendere con pudore contro il cattivo gusto dell’esibizione, dello svenevole sentimentalismo.

Qual è l’importanza e il senso delle immagini che ritornano più frequentemente nella sua poesia?
Pensi alla stanza a lei più cara della sua casa e agli oggetti qui riuniti, i libri, i monili, le coperte, quello che crede. Immagini ora che gli oggetti comincino a parlare o a muoversi come persone e animali, a provare dei sentimenti di noia, amore, solitudine etc. E che attraverso di essi lei riesca a vedere oltre la sua stanza, alla sua memoria per esempio. In questo gioco il senso canonico del tempo non regge più, perché lei si serve di un oggetto abitudinario come ad esempio un pettine per parlare non so, dei suoi quindici anni. Di momenti dell’esistenza che nella sua stanza non vivono più. Che non sono però sepolti, semplicemente sono altrove. Lei quindi può arrivare a suggerire un’idea del tempo solo attraverso delle figure, come il pettine. Estenda questo gioco dell’illusione a tutto il resto. Noterà come solo le figure contino davvero, di figure ci serviamo per sopravvivere all’oblio. Per questo motivo talvolta utilizzo figure che nel quotidiano non amo, come i gatti, ma che ti consentono come nessuno di provare quello sguardo in profondità di cui è fatta la poesia. È come se vivessi, in quello spazio d’invenzione, da gatto, arrampicandomi dove come uomo mi sfracellerei.

Che cosa significa essere un poeta oggi?
Forse essere scomodi. Oggi come ieri vuol dire non appagare né appagarsi di ipocrite seduzioni, siano queste di natura politica, sociale o esistenziale. Vuol dire coltivare l’inquietudine, scandagliare più che scandalizzare. Stupirsi delle idiozie così come dell’ignoto. E riservarsi un sorriso e una buona battuta, perché prendersi troppo sul serio non mi pare una cosa seria.

Lei sembra contestare indirettamente il sistema culturale attuale. Ipotizza nuovi sistemi? Quali?
Dico solo questa ovvietà: la mercificazione assoluta dei sentimenti sbattuti in prima serata come intrattenimento da deficienti, non è il prodotto di una scelta avulsa da tutto il resto. Se la televisione, per cominciare, si permette di profanare così impunemente la vita (in nome, tra l’altro, di una bugiarda democrazia interattiva), vuol dire che forse nella scuola, l’editoria, la politica, la famiglia qualcuno si è appisolato, si è preso una bella vacanza dalla rivolta. Credo che la cultura sia la rivolta permanente, vissuta attraverso i libri, la musica, il teatro, così come al supermercato, nei campi, in ufficio. La poesia non vive aristocraticamente sulla pagina. Quella della pagina non fa altro che scovare la poesia nascosta nelle pieghe del tempo.

Come definirebbe la sua poesia?
Le domande difficili le lascio a lei.

lunedì 15 settembre 2008

Babsi Jones vista da Rossano Astremo

Quattro donne sotto assedio a Mitrovica, in Kosovo, durante il conflitto più dimenticato della storia moderna: la guerra fratricida nella ex Jugoslavia. Un’inviata scrive al direttore della testata per cui lavora pagine di un reportage che mai sarà spedito. Ci sono passi di rara bellezza in Sappiano le mie parole di sangue, l’esordio di Babsi Jones, edito da Rizzoli, nell’onnivora collana 24/7, pagine in cui Mitrovica diviene la parte di un tutto, luogo del tragico che s’annida in ogni guerra. E’ questo spazio tragico che l’io narrante di slmpds cerca di mettere in scena, attraverso l’accumulo di parole su un taccuino prezioso, ultimo oggetto da custodire assieme ad una copia sdrucita dell’Amleto tradotto da Cesare Garboli. Ma le parole non possono raccontare una guerra. Il reportage non verrà mai spedito perché è un manufatto che non rende giustizia a ciò che gli occhi vedono, a ciò che la bocca assapora, a ciò che il corpo sente.Ed ecco che Babsi Jones costruisce un quasiromanzo nel quale si sente fortemente l’influenza della teorie elaborate da uno dei grandi maestri della letteratura del Novecento: William Burroughs.Il Verbo è il male assoluto, ciò attraverso cui niente può sfuggire all’essere dell’identità: Burroughs postula un rovesciamento della logica implicita in ogni ontologia. Attraverso l’essere, l’uomo è prigioniero della lingua, definitivamente separato dal “teatro biologico”. Egli è contaminato dal virus del linguaggio. I suoi libri compiono una mirabolante descrizione di questa contaminazione. Il conflitto manicheo che vi si trova sempre soggiacente è quello del corpo contro il “meccanismo verbale”, che lo rende estraneo a se stesso. Per sfuggire all’intossicazione prodotta dalle parole, al quadro di controllo che, imponendo delle linee associative, rafforza questa possessione, lo scrittore deve rompere il cerchio magico, spezzare le tavole della legge associativa, confondere le piste discorsive per uscire dall’algebra del bisogno e abolire la dipendenza assoluta dalla funzione asservitrice della comunicazione linguistica.Babsi Jones ha scritto il suo quasiromanzo tenendo ben presente l’insegnamento di Burroughs. Decostruire dall’interno il linguaggio, depotenziarne il suo quadro di controllo. L’inviata non spedisce il suo reportage perché il genere è un insulso meccanismo di soggetti-verbi-complementi inadatti a sprigionare l’orrore della guerra. La guerra, ogni guerra, è indescrivibile, inenarrabile. Sappiano le mie parola di sangue è la rappresentazione di questo fallimento narrativo. Le parole non dicono, sono stracci lacerati dai quali zampilla liquido di morte.

La funzione Burroughs in Sappiano le mie parole di sangue, di Rossano Astremo
da www.vertigine.wordpress.com

domenica 14 settembre 2008

Amore e libertà di Maria Zimotti

Se un figlio si accorgesse che per caso
è nato tra migliaia di occasioni
capirebbe i sogni che la vita dà
con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni


(F.Battiato, Energia)

Non hai forza per tentare
di cambiare il tuo avvenire
per paura di scoprire
libertà che non vuoi avere


(F.Battiato, Il silenzio del rumore)







Scrivere di te non è facile.
Dei tuoi occhi azzurri vuoti e pungenti.
Degli abbracci che vorrei darti per soffocare il tuo dolore.
Sono io la colpevole come una di quelle megere delle novelle di Pirandello.
A che serve leggere?
A che serve scrivere?
Guardare tutta l'umanità, raccoglierne tutte le confidenze, leggere negli occhi quando non ho saputo leggere nei tuoi?
E nella notte te ne vai verso la vita disperata, disperando la felicità.
Io non ti aiuto.
Viscide sono le mie mani che vogliono trattenerti.
Solo senso di possesso.
Avrei voluto che le tue braccia mi stritolassero.
Marmo freddo il tuo cuore che batte.
La morte mi avvolge, hai detto.
Ora che sono sola ci ripenso a quelle parole e sono punta nel mio orgoglio per non averti capito.
Ma come posso capire se è il mare che ci separa.
Il mare ci allontana.
Si agitano false verità nelle tue parole.
Ti amo veramente e con in mano la mia psicologia empirica e spicciola ti vedo seduto al tavolino di un bar, a Villa San Giovanni, nella periferia milanese densa di pugliesi.
Da lì sei partito, prima, prima di conoscere questa vita che vuoi buttare come Adriano Meis.
Guardale, guardale queste strade amore mio.
Libera il tuo cuore dalla vernice gelida del pessimismo in cui l'hai soffocato e richiama i ricordi.
Non tutti sono brutti, angoscianti.
C'è una ragazza insipida, diremmo, che ha gli occhi annacquati da miope che nel grigio cielo della grigia periferia esce da scuola tra pozzanghere.
Gli occhi sono sognanti perchè ha nella testa un grande amore.
Il tutto.
Non ti guarda neanche nella tua divisa ostentata come trofeo, come la portavano i semplici ragazzi degli anni 60.
Amore di casualità d'incontri nelle immense compagnie evocate da Max Pezzali.
Amore di domeniche piovose, con piccole pulsioni pomeridiane, languori brevi e sonnolenti.
Quelle domeniche di Toto Cutugno e del partigiano come presidente.
Le vedi quelle domeniche amore, in questa Milano spenta e non solo perchè è notte?
Io le vedo.
Mi basta un attimo, uno sguardo di striscio mentre sono in macchina e passo davanti a quel maneggio abbandonato dove abbiamo diviso e unito le nostre angoscie.
E tremavi...
La nebbia dell'85 ha regalato venti giorni d'oblio, di notte perenne come la notte prolungata del Polo Nord.
Tu non le vedi quelle notti.
Quelle notti di finestrini appannati.
Certe cellule, dicono gli studiosi del cancro, contengono in sè la predisposizione a degenerare.
Basta poi un piccolo, aleatorio, vago, non definito detonatore ambientale a fare avvenire la debacle.
Tu non le vedi quelle notti, non ti fanno tenerezza i ricordi perchè ciò che in silenzio è avvenuto dentro di tè mentre ti imbottivi di false verità è arrivato al culmine e ha velato i tuoi occhi.
Io non lo conosco questo tuo dolore, questo tuo dolore sordo.
So che sei lontano da me adesso.
Non mi vuoi, non la vuoi più quella ragazza miope e tutta presa dal suo grande amore che volevi per lenire la tua solitudine.
Io la vita l'ho sempre amata e vorrei riprogrammare i tuoi geni perchè tu possa smettere di farti del male.
Mi sono sempre sentita splendida, splendida per quella goccia di vita nata per caso che ero.
Ricordi, ancora ricordi.
Fuochi d'artificio nella notte d'estate sul mare frizzante.
Nel mito del sesso mai provato era l'esplosione che aspettavo da te.
Libera lo sono sempre stata.
Tu non lo sei stato mai.
Forse mi sono veramente nutrita di te, espandendo la mia presunzione, aprendomi alla vita con un noi che era solo io.
Quando è successo?
Quando è successo che hai deciso di andare nel vuoto, per provare la vertigine di un'altra vita?
La libertà che ti ha portato ad essere solo nella notte, seduto al tavolino di un bar?
Mi ha raccontato un caro amico, uno dei tanti uomini di cui avrei potuto innamorarmi, di vasi che si riempiono e l'acqua che a un certo punto non ne può più e deve uscire, deve uscire.
Meglio farla uscire ogni tanto, sfiatare un poco per evitare che poi debordi del tutto.
E io ho capito che non capisco niente degli uomini.
Alla deriva, alla deriva.
Ora l'acqua ha allagato tutto, non c'è rimedio.
E in questa nuova vita stai annegando.
Ed è colpa mia.
Io ti dirò, per quella mia insistenza a mettere a posto le cose, che la vita è bella, è un miracolo.
Ma io sono l'idea e la realtà.
La realtà è questo voler raccogliere quest'acqua con lo straccio per poterti trattenere con me.
E ti dovrei lasciare andare, perchè la vita è bella e quando uno non sta bene se ne va.
Ma come rinasci amore mio?
Come rinasci senza radici?
E mentre tu rinasci io muoio.
Muore l'idea, quell'amore che avevo costruito sull'ebrezza dei miei sedici anni, quando pensavo che la vita era uno stato di diritto.
E quando aborrivo l'aborto, ricordo, nonostante il mio rispetto laico per tutte le idee.
Perchè i miei figli futuri, l'idea di loro, erano già dentro di me.
E avrei voluto essere tua madre, perchè avrei saputo come prendermi cura di te, avrei capito.
Ti avrei insegnato che ogni minuto è prezioso.
Ti avrei insegnato ad aprire le braccia.
Ti avrei letto negli occhi.
Sei tu la mia sconfitta.
Ed io sono la tua.
Si sono rotti gli argini.
Tu non sei più nella noia rassicurante delle quattro mura che i tuoi occhi guardavano inquieti.
Nella tua libertà ricorda che ogni minuto è prezioso, non cercare altri oblii, sogna, se ti riesce.
Io aspetterò sempre come la disillusa figura di un quadro espressionista degli anni trenta visto da bambina sull'Enciclopedia dell'Arte.
Capo chino di lato accanto ad una tavola apparecchiata per un uomo che non arriverà mai.
Attesa vana come le tante notti in cui non tornavi.


l'opera in questa sede proposta è di Tamara de Lempicka (Tamara Rosalia Gurwik- Górska)

Ricevo Il Premio Airone di Stelle da Editori Notatemi
















Ringrazio Scrittrice75 curatrice del blog
Editori Notatemi-http://cio-che-desideri.blogspot.com/
per aver dato il premio anche al mio blog. Inoltre linko i sette blog
segnalati
Grazie di cuore
Paola Scialpi


Le regole
del Premio Airone di Stelle

1) scegliere 7 blog che si considerano meritevoli di questo premio, perchè ci insegnano ogni giorno a vivere qualcosa in più, sia con la mente che con il cuore

2) esibire il premio, riportando il nome del donatore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare;

3) riportare i nomi dei premiati e i collegamenti ai loro blog;

4) il premiato è pregato di mostrare il collegamento al blog picnicconlefragole, dove nasce l'iniziativa (anche lanostraafrica va benissimo, tanto siamo sempre noi);

5) pubblicare queste regole


I sette blog:

1)Picnic con le fragole - http://picnicconlefragole.splinder.com/
2)Editori notatemi - http://cio-che-desideri.blogspot.com/
3)La casa degli orrori - http://lacasadegliorrori.blogspot.com/
4)Il Paradiso dei dannati - http://paradisodeidannati.blogspot.com/
5)Living in the material world - http://carmencita-pattie.blogspot.com/
6)Fuori dal ghetto - http://abbattereipregiudizi.blogspot.com/
7)Scripta manent et verba volant - http://giuseppebovino.blogspot.com/