martedì 23 marzo 2010

Maria Beatrice Protino parla di Roy Fox Lichtenstein: «È lui il peggiore pittore del mondo?»


















La rivista statunitense “Life”, nel 1964, aprì con un ampio servizio su Roy Lichtenstein intitolato: «È lui il peggiore pittore del mondo?». Oggi i suoi pezzi sono nei più grandi musei del mondo e il valore del suo lavoro non è più controverso, anzi lo hanno reso uno dei maggiori esponenti della pop art americana.

La Triennale di Milano dedica una mostra antologica con dipinti, disegni, collages e sculture- curata da Gianni Mercurio che nel mese di luglio sarà trasferita al Ludwig Museum di Colonia, dove rimarrà aperta al pubblico fino al 3 ottobre 2010.

La pittura del cartoon

Il suo trucco consisteva nel rendere attuale il realismo copiando non le cose, ma le copie che ne offre la stampa.

Amante della pittura di Picasso e della pittura di storia e d’impegno come quella di Daumier, ha poi scelto il cartoon. Come raccontano le sue biografie, sulla sua attività influirono alcune attività che lo misero in contatto con le immagini del consumismo: lavorava come vetrinista, disegnatore di loghi e di design. Amico di pittori elitari come Pollock e De Kooning, rimaneva fortemente legato alle immagini del suo quotidiano sino a sublimarle. Al contrario di Warhol, L. rappresenta quel filone della Pop Art che non mirava a puntare il dito sull'universo dei consumi come un mondo dominato dall’alienazione dei soggetti.

La svolta del 1961

Fu nel 1961 che si presentò al gallerista Leo Castelli, il più grande della recente storia americana, con un quadro che richiamava un fumetto. Da quel momento nacque il pittore delle immagini gigantesche tratte dai fumetti e da lui reinventate: L. isolava e ingigantiva fumetti celebri oppure riproduceva capolavori dell’arte antica e moderna –spesso dissacrandoli- attraverso una semplificazione formale propria della grafica pubblicitaria.

Il suo racconto snocciola miti lontani usando il linguaggio dei media, senza mai prendere posizione, senza mai sognare uno stravolgimento dei valori correnti.

La sineddoche visiva fu il tratto più costante della sua produzione: la capacità di trasformare una parte per il tutto e viceversa, si pensi al dipinto intitolato “Frolic”, del 1977, in cui l’occhio di una ragazza si fonde con la sua stessa lacrima e viene sormontato da una ciocca di capelli biondi. Quel suo modo di operare, così originale e considerato divertente -come l’utilizzo della carta bucherellata che gli servivano per dipingere i puntini e simulare il retino tipografico del fumetto- fece conoscere al mondo un uomo che rese l’estetica del consumo un linguaggio artistico.

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domenica 21 marzo 2010

La sposa gentile di Lia Levi (edizioni E/O)

Chissà per quale strana ragione del Destino, con Lia Levi ho avuto sempre a che farci, vuoi perché qualcuno mi consigliava un suo libro, vuoi perché mi sia trovato da spettatore (nelle rare occasioni in cui mi sono spostato da Lecce) ad assistere alla presentazione di un suo libro. Mi ha sempre sbalordito la dolcezza del suo sguardo, il suo sorriso accogliente, e i suoi modi gentili da donna di altri tempi. Mi piacciono i suoi racconti densi nel respiro di una scrittura che sa alternare leggerezza, piacevolezza e gusto sopraffino con grande maestria, in grado di eseguire ritratti dell’anima degni del più grande pittore contemporaneo. Insomma Lia Levi è una delle nostre scrittrici più interessanti.
Di origini piemontesi, Lia Levi vive a Roma dove per ben trent'anni è stata a capo del mensile ebraico “Shalom”. A Roma dalla prima infanzia, la signora Levi ha vissuto in questa città la maggior parte degli accadimenti più nefasti della storia del nostro paese: quelli segnati dalle “leggi razziali” del 1938. Ho seguito le sue vicende editoriali per la casa editrice E/O da “Il mondo è cominciato da un pezzo” sino a quest’ultimo lavoro e devo dire che non ha mai tradito le mie aspettative. “La Sposa Gentile”, fondamentalmente prende spunto da un intreccio familiare ambientato nel secolo scorso che ha come sottofondo una vicenda vera: l’avversato matrimonio di un giovane banchiere, figlio della borghesia ebraica piemontese, con una contadina cattolica. E’ la storia di Amos, giovane banchiere ebreo di una cittadina piemontese, che vuole diventare qualcuno e vuole mettere su famiglia. Una famiglia però di solido stampo patriarcale.
Si innamora fortemente di Teresa, una contadina cristiana del luogo, che diverrà il motivo principale per cui il loro matrimonio sarà caldamente osteggiato dalla comunità ebraica. Ma la forza dell’amore di Teresa per il suo uomo, porterà la giovane donna ad una scelta difficile ma ineludibile: quella di voler diventare anche lei ebrea. L’intera vicenda narrata nelle pagine di questo deliziosissimo lavoro, va dai primi del novecento sino alle leggi razziali del 1938, con un sottofondo di vicende politiche e di costume includenti l’età giolittiana, le prime agitazioni femministe per il diritto di voto alle donne, l’avvento del fascismo. Romanzo dunque storico e sentimentale, con protagonista un bellissimo modello di donna, Teresa, originale e in grado di accettare ciò che non conosce e di aprirsi senza pregiudizi e remore al nuovo che la vita le offre. Imperdibile!

intervento di stefano donno

mercoledì 17 marzo 2010

Gli aderenti al forum "Salento 2010 - Convergenze possibili" alle Officine Cantelmo di Lecce il 19 marzo









Prima sessione - ore 9:00-13:00 - Politica/Innovazione/Comunicazione

Moderatore: Prof. Stefano Cristante


Vander Tumiatti (consulente Unep), Antonio Corvino (Osservatorio Banche e Imprese); Andrea Morrone, Flavia Serravezza, Mario Maffei (Il Tacco d’Italia); Roberto Guido (Dirett. Resp. QuiSalento); Tommaso Dimitri (Dirett. Giornale dei Giovani); Tonio Tondo (Redattore La Gazzetta del Mezzogiorno); Francesca Angelozzi, Gabriele De Giorgi (Incima S.r.l. Salentoweb.tv); Giovanni Chiriatti, Francesco D’Autilia (Kurumuny); Andrea Ferreri, Luca Chiriatti, Simone Rollo (Bepress edizioni); Angela Calcagni, Annamaria Mangia (Cognitiva); Claudia Mangé (Centro C.B. Guglielmo Marconi - Vernole); Dott. Pasqua Flore, Dott.ssa Ilenia Colonna (OCP Università del Salento); Andrea Riezzo (La repubblica delle banane - On line Free blog); Felice Blasi (Editorialista Corriere del Mezzogiorno); Dott. Daniele Ferrocino (Vice Presidente CSV Salento); Alessandra Bianco (Redattore La Repubblica Bari); Mauro Marino (Editorialista Paese Nuovo); Luciano Pagano (Musicaos On line Free blog); Antonio Trecca (Il Salentino Editore); Dott.ssa Serenella Molendini (Consigliera Pari Opportunità Prov. Lecce); Graziella Gardini, Angela Passaseo (SME Italia S.r.l.); Sara Foti Scevaliere, Laura Longo (Ripensandoci.com); Daniele Viva (Pinfo); Dott. Antonino Di Vita (Assoc. Culturale Nuove Periferie Surbo); Pino Montinaro (Pino Montinaro Blog’s Revolution);


Seconda sessione - 15:00-17:40 Cultura/Ambiente/Turismo

Moderatore: Pierpaolo Lala


Andrea Ferreri, Luca Chiriatti, Simone Rollo (Bepress edizioni); Angela Calcagni, Annamaria Mangia (Cognitiva); Claudia Mangé (Centro C.B. Guglielmo Marconi - Vernole); Dott. Daniele Ferrocino (Vice Presidente CSV Salento); Arch. Francesco Pellegrino (Pellegrino & Associati S.r.l. Società di Ingegneria); Prof. Giuseppe Botrugno (Pres. Pro Loco Salento - Casarano); Dott.ssa Manuela Miglietta, Antonella Mangia (Soc. Coop. Meltingfood); Dott. Fernando Perrone, Vittorio Tapparini, Massimo Schito (Ass. Tracce Arte Contemporanea); Franco Ungaro, Antonio Giannuzzi (Cantieri Teatrali Koreja), Lino De Matteis (Glocal Editrice); Dott.ssa Anna Blasi (Ass. Cultura Comune di Trepuzzi); Dott. Enrico Capone (Capone Editore); Paola Scialpi, Angela Totaro Aprile, Rita Cesari, (Laboratorio di ricerca sull’arte contemporanea); Prof. Ferdinando Boero (Corso di laurea in Scienze Biologiche - Università del Salento) Dott. Antonino Di Vita (Assoc. Culturale Nuove Periferie Surbo), Dott. Livio Muci, (Casa Editrice Besa - Edizioni Controluce); Dott. Cosimo Lupo, Simone Miri, Antonio Miccoli, Raffaella De Donato (Lupo Editore); Osvaldo Piliego, Antonietta Rosato (CoolClub); Massimo Rota (Asso Turismo – Puglia); Stefania Mandulino (Apt – Lecce)

domenica 28 febbraio 2010

Quando non ci sarò di Artemary (Lupo editore)

Dopo il successo di Al di là del muro, Artemary ritorna a Bologna in un futuro prossimo per parlarci di un mondo in cui l’efficienza socio-sanitaria è tutelata da un marchio di scadenza impresso sugli esseri umani.
La società è impregnata di arido laicismo e ognuno è chiuso in se stesso, se ha qualcosa da nascondere: ad esempio, una scadenza troppo vicina per poter essere un investimento affettivo per qualcuno; chi, come Elisa, sa che la fine è vicina, si imbottisce di ansiolitici e sedativi per reggere un destino che perfino i genitori hanno imparato a “razionalizzare” e tenta di compensare la solitudine sfogandosi nella scrittura su un blog. Ma anche chi, come Real, sa di avere vita lunga, se è capace ancora di creatività e di poesia, coltiva quasi di nascosto i propri sogni: in questo caso la pittura.
I due ragazzi si “studiano” in internet protetti da un nickname, ma la sorte fa sì che essi si incontrino davvero, naturalmente ignorando le reciproche identità virtuali, e scoppia l’amore. Il sentimento non li libera però dai loro segreti, almeno fino a quando il finale drammatico sembra avvicinarsi, e allora è la vita a trionfare sulla pseudo-scienza.
Un intenso romanzo mirato ad un lettore adolescente per intensità e messaggio etico; una lettura per tutti coloro che apprezzano le trame coinvolgenti e una splendida penna.


Autrice: Arte Mary - Titolo: Quando non ci sarò
Euro: 13.00 - Anno: 2010
Formato: 15×20 Pagine: 181

Ordini e contatti con le librerie: ordini@lupoeditore.com

sabato 27 febbraio 2010

Il pesce pietra di Maddalena Mongiò (LAB - Giulio Perrone editore)

"Adoro le mie fantasie, le amo, posso fare quel che mi pare senza le noiose conseguenze di donne che si sentono umiliate o di sentimenti feriti che gridano vendetta o l’angoscia dell’assenza di desiderio. Tutto è perfetto nei palcoscenici virtuali." Può una telefonata cambiare radicalmente il corso di un’esistenza fino a quel momento tanto tranquilla da sembrare piatta? Luca Zante, giornalista freelance, non lo avrebbe mai immaginato fino al giorno in cui non fu lui a riceverla. E da quel momento per lui tutto fu diverso, in un precipitare di eventi tra alta moda, disinvolti affari da miliardi, sesso sfrenato, lotta armata, collusioni tra politica, affari, amanti e persino un omicidio.

Maddalena Mongiò per passione svolge attività giornalistica per varie testate; ha pubblicato Il portone sulla piazza, finalista Premio Rhegium Julii nel 2005 - Opera Prima; ha scritto soggetti teatrali; scrive e studia per buona parte della notte. Per necessità lavora nel settore dell’edilizia perché la scrittura è avara di compensi. È nata a Lecce, ma si sente cittadina del mondo.

martedì 23 febbraio 2010

Calpestare l'oblio Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana













A cura di Davide Nota e Fabio Orecchini
Illustrazioni e grafica a cura di
Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella
Testi di:
Francesco Accattoli, Annelisa Addolorato, Nadia Agustoni, Fabiano Alborghetti, Augusto Amabili, Viola Amarelli, Antonella Anedda, Gian Maria Annovi, Danni Antonello, Luca Ariano, Roberto Bacchetta, Martino Baldi, Nanni Balestrini, Maria Carla Baroni, Vittoria Bartolucci, Alberto Bellocchio, Luca Benassi, Alberto Bertoni, Gabriella Bianchi, Marco Bini, Brunella Bruschi, Franco Buffoni, Michele Caccamo, Maria Grazia Calandrone, Carlo Carabba, Nadia Cavalera, Enrico Cerquiglini, Antonino Contiliano, Beppe Costa, Andrea Cramarossa, Walter Cremonte, Maurizio Cucchi, Gianluca D’Andrea, Roberto Dall’Olio, Gianni D’Elia, Daniele De Angelis, Francesco De Girolamo, Vera Lùcia De Oliveira, Eugenio De Signoribus, Nino De Vita, Luigi Di Ruscio, Marco Di Salvatore, Alba Donati, Stefano Donno, Fabrizio Falconi, Matteo Fantuzzi, Anna Maria Farabbi, Angelo Ferrante, Loris Ferri, Fabio Franzin, Tiziano Fratus, Andrea Garbin, Davide Gariti, Massimo Gezzi, Maria Elisa Giocondo, Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Raimondo Iemma, Andrea Inglese, Giulia Laurenzi, Maria Lenti, Bianca Madeccia, Maria Grazia Maiorino, Francesca Mannocchi, Giulio Marzaioli, Emiliano Michelini, Guido Monti, Silvia Monti, Davide Morelli, Renata Morresi, Giovanni Nadiani, Davide Nota, Opiemme (laboratorio), Fabio Orecchini, Claudio Orlandi, Natalia Paci, Adriano Padua, Susanna Parigi, Fabio Giovanni Pasquarella, Giovanni Peli, Enrico Piergallini, Antonio Porta, Alessandro Raveggi, Rossella Renzi, Roberto Roversi, Lina Salvi, Stefano Sanchini, Flavio Santi, Lucilio Santoni, Giuliano Scabia, Francesco Scarabicchi, Alessandro Seri, Marco Simonelli, Enrico Maria Simoniello, Giancarlo Sissa, Luigi Socci, Alfredo Sorani, Pietro Spataro, Roberta Tarquini, Rossella Tempesta, Enrico Testa, Fabio Teti, Emiliano Tolve, Adam Vaccaro, Antonella Ventura, Lello Voce, Matteo Zattoni

lunedì 22 febbraio 2010

Galleria Spaziosei di Monopoli presenta ARTEDONNA 3

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, la Galleria SPAZIOSEI di Monopoli (Bari), con il patrocinio della Regione Puglia e della Città di Monopoli, propone dal 6 marzo al 3 aprile 2010, negli spazi espositivi di via Sant’Anna n°6, la mostra d’arte contemporanea:

ARTEDONNA 3
Arte e Donna: un connubio ispiratore per tutti coloro che nei secoli hanno individuato nella figura femminile una musa ispiratrice per la loro opera. E sono anche tante le donne che hanno potuto e saputo esprimere, in prima persona, il proprio talento artistico, superando pregiudizi ed ostacoli sociali. Sono questi gli spunti che, per il terzo anno consecutivo, inducono la galleria SPAZIOSEI a celebrare la Festa della Donna, non solo per rendere omaggio alle donne, ma vuole essere anche un’occasione per ripercorrere le tappe di una storia artistica in cui il ruolo della donna ha subito forti trasformazioni.
Quindi, un percorso tutto al femminile nel corso del quale si potranno ammirare le opere di quindici artiste: CATERINA ARCURI, CRISTINA BARI, ELDA DELL’ERBA, PAOLA DE GREGORIO, ELENA DIACO MAYER, ORIETTA FINEO, CATERINA GERARDI, GIANNA MAGGIULLI, MARIA TERESA PADULA, ROSANNA PUCCIARELLI, NUCCIA PULPO, ROSEMARIE SANSONETTI, PAOLA SCIALPI, ANNA MARIA SUPPA, CLAUDIA VENUTO, provenienti da ogni parte d’Italia, unite dalla medesima sensibilità che ci raccontano, con linguaggi differenti, cosa sia l'Arte al femminile. In catalogo la poeta Antonietta LESTINGI scrive: «Che cosa fa di un’opera d’arte la possibilità di un viaggio straordinario alla scoperta di un mondo nuovo, dal paesaggio unico? Non il luogo di partenza, né la meta. Il viaggiatore, le braccia abbronzate sui remi, le dita che scorrono sui muri quando peregrina tra le case, le scarpe leggere mentre si avvia verso il sole ove i profumi hanno colore dei papaveri e delle spighe e delle alghe gocciolanti prima che il cuore le rituffi nell’acqua di mare, nella brezza che racconta di terre lontane, cerca un varco tra le attese e la rassegnazione, per tracciare una strada, un’altra, per andare. Oppure pausando su pacati sedili, perché anche la sosta è diario di cammino se la si sceglie, o lasciando arrampicare l’anima fino in cima ad assaporare il cielo e ad ubriacarsene persino e forse cadere di sotto e perdersi nell’ombra, o abbandonandosi alla mano che conduce a immergere il viso alla sorgente per incontrarsi sott’acqua senza peso, senza pesi, il viaggiatore cammina sui cordoli in equilibrio sulla pienezza di vivere. Con le sue Opere, l’artista traccia strade che per primo percorre, tanto più agevoli per il fruitore e compiute per l’autore, quanto più questi ha saputo superarne le asperità, così che ognuno possa penetrare in un paesaggio magico, più reale della realtà, per mezzo di un veicolo indispensabile: lo sguardo. Lo sguardo, mediatore della nostra percezione fisiologica del mondo in base a parametri come la distanza, la capacità di messa a fuoco e di distinzione dei colori, amplificata dall’uso di strumenti quali gli occhiali o il microscopio o il telescopio, si avvale di un elemento discriminatorio di importanza fondamentale: il punto di vista. L’angolo visuale, infatti, attinge all’immagine percepita dagli occhi, ma si intinge dell’immagine concepita dalla mente per tingere di forma e colore la personale visione. La dimensione artistica è la dimensione di un rapporto privilegiato dell’uomo, o della donna, con il mondo; e il rapporto, che matematicamente si esprime con l’operazione della divisione, diventa, nell’espressione artistica, condivisione. ARTEDONNA offre all’espressione artistica di genere uno spazio, quello di SPAZIOSEI, semanticamente riconducibile, con quel SEI, oltre che ad una collocazione civica urbana, anche al riconoscimento “indicato” dal presente del verbo essere, di condivisione di una prospettiva, quella femminile, che porta catene di secoli come trecce intorno al capo. E’ raro incontrare nomi di artiste nei libri di Storia dell’Arte: le donne, da sempre relegate in ruoli che tradizionalmente non lasciano tracce, da poco hanno recuperato visibilità come soggetto, e non più oggetto, delle arti figurative. Le eccezioni, confermano. Le artiste aprono stanze in cui hanno messo a nudo le loro gemme, come vuole la Primavera che avanza incurante degli argini, dal prudente Inverno garantiti; aggiungono angoli visuali che inquadrano silenzi su un campo di papaveri umiliati dalla pioggia, cicatrici che hanno storie da raccontare, fianchi su cui svolazza l’estate, orizzonti portati a riva per compattare manciate di sabbia e costruire castelli per bambini che andranno, a sera, lievi incontro al sonno. Angoli visuali di cui non si sentiva la mancanza, perché non può mancare ciò che non si conosce. Eppure, nulla può pagare il valore di un mondo che si disvela, attraverso chiari sentieri nelle sere dolci di passi o strade disseminate di chiodi e cubi d’alabastro tagliati a spigoli dolorosi.
Le Artiste ci donano, con le loro Opere, altrettante possibilità di viaggio, spingendo…ogni mattina/di gelsomino oltre il cancello/tutti rami che possono/abbigliati per il giorno….di stelline pulite pulite/che s’accendono a sera al tocco/della luna capaci di sfinirsi/profumando la notte.
A noi, le braccia abbronzate, le dita che leggono superfici, le scarpe leggere, il profumo dei colori, è dato ascoltare il racconto di terre lontane, le terre di Caterina Arcuri, Cristina Bari, Paola De Gregorio, Elda Dell’Erba, Elena Diaco Mayer, Orietta Fineo, Caterina Gerardi, Gianna Maggiulli, Maria Teresa Padula, Rosanna Pucciarelli, Nuccia Pulpo, Rosemarie Sansonetti, Paola Scialpi, Anna Maria Suppa, Claudia Venuto».

L’inaugurazione è per sabato 6 marzo 2010 alle ore 19.00.
La mostra resterà aperta sino a sabato 3 aprile 2010.
Orario: tutti i giorni ore 17.30 - 20.30 (lunedì chiuso)
Info: spaziosei@alice.it – tel. 080.802.903 – cell. 339.61.62.515
CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE E DIFFUSIONE
SPAZIOSEI via S. Anna 6 70043 Monopoli tel/fax 080802903 cell 3396162515 email spaziosei@alice.it


ARTEDONNA 3
VERNISSAGE: 6 marzo 2010 ore 19.00 CURATORE: Mina TARANTINO SEDE: Galleria SPAZIOSEI via S. Anna ,6 – Monopolitel. 080 802903 - cell. 339 6162515 - email. spaziosei@
alice.it TESTO IN CATALOGO: Antonietta LESTINGIAUTORI: CATERINA ARCURI, CRISTINA BARI, PAOLA DE GREGORIO, ELDA DELL’ERBA, ELENA DIACO MAYER, ORIETTA FINEO, CATERINA GERARDI, GIANNA MAGGIULLI, MARIA TERESA PADULA, ROSANNA PUCCIARELLI, NUCCIA PULPO, ROSEMARIE SANSONETTI, PAOLA SCIALPI, ANNA MARIA SUPPA, CLAUDIA VENUTO.

mercoledì 17 febbraio 2010

Anna Maria Massari, Colomba in volo di Maurizio Nocera

Anna Maria Massari silenziosamente entrava nella casa di Ada Donno, nel Quartiere Leuca, ancora prima delle 8, l’ora della campanella per il suo ingresso nella Scuola Media “Salomi”, quando questa era ancora ubicata nell’ex Onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) di viale Marche. Ada, all’epoca, era ancora libera da impegni professionali, per cui aspettava Anna Maria sulla porta di casa; conosceva esattamente il tempo del suo arrivo. Poi, assieme facevano colazione. A quel tempo, io ero impegnato ad insegnare in scuole lontane dal capoluogo salentino, in provincia, per questo al mattino mi dovevo alzare presto e partire quanto prima possibile, per cui stavo seduto appena un po’ al tavolo del tinello per fare una veloce colazione e godermi come desideravo la conversazione con loro due. In quei pochi momenti però riuscivo ugualmente a scambiare qualche opinione con Anna Maria. Lei aveva un modo tutto suo di dire le cose, tanto che, dopo averla detto, ogni cosa assumeva la dimensione giusta. Magari, durante il giorno precedente erano accadute cose incredibili, poi arrivava lei, diceva appena qualche frase e tutto ritornava ad essere chiaro. Per questo suo modo di dire e per molto altro ancora debbo veramente molto ad Anna Maria. Lei era una che pesava le parole ed era dotata di un dono straordinario: conoscere la materialità dell’alfabeto, quindi delle singole lettere e del loro peso specifico. Per questo i suoi giudizi sull’arte, sulla politica, sul modo di essere e di fare degli uomini e delle donne erano per me assoluti indicatori di orientamento. Non straripava mai. Io e Antonio Leonardo Verri, dopo averla ascoltata in silenzio, alla fine concordavamo su molto. Fu lei ad indicarci la strada per raggiungere il cuore di Edoardo De Candia, che lei conosceva bene, essendo stata l’unica donna che veramente amò quell’animale celeste. Fu lei che di fatto ci introdusse nel circuito degli artisti di Lecce, che ci allargò il respiro della visione di un mondo colorato. Era il 1984 quando le chiesi di darmi una mano per organizzare la Mostra dei pittori salentini per la Pace e la Vita contro la guerra nucleare. Fu quella una delle più belle manifestazioni artistiche collettive, dove riuscimmo a coinvolgere 64 artisti salentini. Eccone l’elenco: Donato Paolo Baldassarre, Vittorio Balsebre, Emilio Bracciale, Antonio Bramato, Roberto Buttazzo, Mario Cala, Antonella Casciaro, Renato Centone, Carmine Chirizzi, Franco Contini, Lucio Conversano, Antonio Corchia, Ruggero D’Autilia, Edoardo De Candia, Giovanni Dell’Anna, Sergio Del Prete, Cesare De Salve, Dino De Simone, Vittorio Dimastrogiovanni, Luisa Elia, Gabriella Epifani, Salvatore Fanciano, Pietro Fanigliulo, Enzo Fasano, Oreste Ferriero, Tina Foscarini Bianco, Rosa Maria Francavilla Maritati, Tonio Gallo, Pietro Giammarruco, Josè Greco, Sandro Greco, Rita Guido, Flavia Leo, Pietro Liaci, Salvatore Lipari, Corrado Lorenzo, Ernestina Lo Rizzo, Patrizia Lucia, Lionello Mandorino, Mimmo Marullo, Antonio Massari, Roberto Migliaccio, Silvio Nocera, Pina Nuzzo, Armando Papes, Carlo Politi, Romilda Prastaro Lanzillotto, Tino Rho, Nino Rollo, Marisa Romano, Giovanni Sances, Paola Scialpi, Gianni Scupola, Enzo e Carlo Sozzo, Francesco Spada, Raffaele Spada, Orlando Sparaventi, Pina Sparro, Gigi Striani, Natalino Tondo, Franco Ventura, Alberto Zacheo.Senza Anna Maria Massari, nonostante i tanti amici artisti, sarebbe stato impossibile per me e per Verri realizzare quell’iniziativa, che si tenne dal 29 aprile al 6 maggio 1984 a Lecce. Per l’occasione, fu lei che ci rese possibili i contatti con gli artisti. Quando, alla fine della raccolta delle opere dei 64 artisti, assieme ci stavamo recando alla sala della Biblioteca provinciale per l’allestimento, mi accorsi che proprio lei non si era inserita nell’elenco. Eravamo ancora in auto, quando con tono allarmato le domandai: “Ma Anna Maria, in questo elenco tu non ci sei! Perché?”. Dopo una breve pausa, ecco la sua riposta: “Va bene, adesso che arriviamo in biblioteca farò anch’io qualcosa”. E la “cosa” che lei disegnò in soli due minuti, fu la più bella di tutta la mostra, tanto da divenire il simbolo dell’intera iniziativa. Per la domanda di adesione degli artisti avevamo composto un comunicato con sovrimpressa l’immagine diel disegno di una colomba inedita di Rafael Alberti, il noto poeta artista spagnolo. L’avevo incontrato l’anno prima (1983) a Praga, capitale dell’allora Cecoslovacchia democratica e popolare di Gustav Husak, nell’occasione della Grande Assemblea Mondiale per la Pace e la Vita. La delegazione italiana, di cui facevo parte, mi aveva indicato come membro della Commissione cultura di quella straordinaria assemblea, presieduta anche da Gabriel Garcia Marquez. Capitò a me di sedere accanto a Rafael Alberti, col quale scambiai qualche parola. Rafael ascoltava gli interventi prendendo appunti su un block notes, appunti che di tanto in tanto intervallava con disegnini di colombe per la pace. Fu questo uno dei doni più belli che riportai da Praga a Lecce e che poi divenne l’immagine con la quale chiedemmo l’adesione alla Mostra leccese degli artisti salentini. In due minuti Anna Maria Massari realizzò un disegno che racchiude tutta la simbologia dell’evento: un lungo “continuum ” in blu e rosa che attraverso volute e giravolte alla fine assume la forma di una colomba in volo. Si tratta di un’interpretazione straordinaria e di assoluta bellezza del simbolo, talmente significativo che, a fine manifestazione, divenne il simbolo della Mostra per la Pace e la Vita di Lecce. Il disegno, per decisione del Movimento italiano “Pace e Costituzione”, composto dai padri costituenti e dai costituzionalisti Luigi Arata, Ettore Biocca, Guido Calvi, Michele Coiro, Mario Coluzzi, Manlio Giacanelli, Giobatta Gianquinto, Lucio Luzzatto, Geo Rita, Manlio Dinucci, fu stampato su ogni nostra iniziativa e comunicato successivi.Nella compilazione della risoluzione di quell’iniziativa venne pienamente coinvolta anche Anna Maria Massari, per cui, in quel testo c’è anche il suo pensiero. Questa la parte significativa: «È stato detto che le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. / Profondamente convinti di questa verità, noi artisti ed intellettuali salentini, partecipanti alla mostra allestita nella Sala delle conferenze della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce, abbiamo voluto riaffermare la rilevanza ed il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educazione e mobilitare la gente alla lotta per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. / Con la nostra presenza, in questo momento cruciale per la storia della civiltà umana a causa dei pericoli incombenti di una guerra nucleare mondiale, abbiamo voluto testimoniare la nostra convinzione che difendere, consolidare e salvaguardare la pace è oggi il dovere di ogni uomo e ogni donna. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell’arte e della cultura possiamo, attraverso la nostra professione e le nostre opere, contribuire ad aprire gli occhi a tutti, al di là delle diverse opinioni filosofiche, politiche e fedi religiose, per una coscienza civile tale che, quei governanti che perseguono progetti di guerra nucleare siano posti sul banco degli imputati davanti al tribunale morale del mondo. / Appellandoci ai valori universali della cultura e dell’arte, ci impegniamo a compiere azioni ancora più energiche a favore della pace e del disarmo mondiale. / Esigiamo dai nostri governanti che prendano misure concrete per la cessazione della corsa agli armamenti. / Esigiamo la riduzione delle spese militari, affinché le risorse della Terra siano impiegate a risolvere i problemi sociali, a combattere la miseria, le malattie, l’analfabetismo e tutti gli altri mali che affliggono l’umanità. / Esigiamo lo smantellamento delle basi straniere che sono sul territorio europeo, la creazione di zone denuclearizzate e di pace, nei punti caldi del globo, lo scioglimento dei blocchi e delle alleanze militari contrapposti. / Siamo pronti a cooperare e ad agire di concerto con tutte le forze della pace, in nome dei più nobili ideali di fratellanza, di libertà, di giustizia sociale, affinché il cielo resti puro sopra il nostro pianeta». Fu così che questo appello sovrimpresso dalla colomba di Anna Maria Massari raggiunse Xavier Perez de Quellar, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York; raggiunse l’indiano Romer Chandra, Presidente del Consiglio Mondiale della Pace; raggiunse lo scienziato medico italiano Ettore Biocca, allora vice Presidente della Ippnw (Associazione Mondiale dei Medici per la Pace), in quegli stessi anni premiata a Stoccolma col Nobel per la Pace. A me e a Verri accadeva di incontrare Anna Maria o presso la mia casa o presso la sua, a Lecce, in via Sozy Carafa. Lei ci aspettava di pomeriggio sul tardi; ci sedevamo ad un tavolo quasi sempre ricolmo di disegni, cellophane, pastelli, ecc. Quindi ci metteva al corrente delle cose dell’arte e di chi dovevamo inseguire per dare sfogo ai nostri curiosi interessi. Anna Maria è stata per noi una miniera inesauribile di conoscenze e di dati difficili da reperire.

Parlando del Gruppo Terra d’Otranto, costituito nel 1979 dalle artiste salentine Rita Guido, Rosa Maria Francavilla Maritati, Anna Maria Massari, Marisa Romano e Pina Sparro, il fratello traccia un suo breve profilo d’artista. Questo: «Anna Maria Massari […] (riconosciuta per coraggiosa, rara ammissione dello stesso gruppo) […] è l’artista. / Quando era piccola impressionava i “grandi” che frequentavano la mia casa per le doti eccezionali. Io ricordo le mani dell’angelo violinista di Melozzo, ricordo i pulcini e i rami di pesco ad acquerello, Cucciolo, il cerbiatto e il modellati in argilla e colorati dopo la cottura, ma non basta: Anna Maria, al venti per cento ha lavorato ai pastori gotico-rinascimentali in terra cotta dipinta di Michele Massari, magici perché di notte “parlavano”; […] Ha anche completato un Filippo Lippi a lunetta gotica che la morte di papà aveva interrotto. Ha dipinto, di sana pianta, i paesaggi secenteschi di scuola napoletana per il mitico avvocato Guacci e… mai che si potesse distinguere la sua mano da quella del padre. […] Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro. Incide i personaggi notevoli di ogni città di provincia: il patriota fanatico, il poeta sofistico, il venditore di immaginette sacre, […Il suo] disegno più bello, tuttavia, resta la bambina, sul muro di campagna, in equilibrio come la vita, con un cagnolino legato a un filo di coda di cavallo che vola come un fiore o un ombrellino cinese: il cagnolino è una farfalla: la figura è vista dall’alto, ti viene incontro; il muretto si rastrema in prospettiva come una stradina su due abissi: in caso di caduta una farfalla può salvarci, accompagnandoci dolcemente al suolo fra le rape e le cicorie… e credo che oggi le quattro piante disperate dal vento e dal gelo della Contrada l’abbiano veramente salvata!». E poco oltre, Antonio Massari scrive ancora che Anna Maria «parla con i serpenti, “li castarieddri ” (gufi), le “ranocchiule ” (rospi), e i “cola ” (corvi) […]. Da quando ha sfamato e liberato da ferri e catene “Bolla di sapone” […] tutti i cani della contrada si danno convegno sempre più numerosi al rancio. Uno: “il vecchio Geremia” sciancato dai reumatismi porta la pelle ruggine, caffé e pecora come una logora, larga pelliccia» (cfr. A. Massari, “Io sono straniero sulla Terra ”, Milano, Edizioni D’Ars 1999, pp. 130-132).Quanto scrive Antonio Massari è assolutamente vero, perché effettivamente l’artista aveva un rapporto stranissimo con gli animali. Chi non ricorda con quanto amore curasse i randagi che le capitavano sotto i piedi sia in città che in Contrada Dottoressa Rapesta? E forse ci sarà stato anche un buon motivo se suo marito, Nando Porpora, al tempo del loro fidanzamento, la chiamasse “leprotto” o “leprottina”. Ciò che è certo, e questo io lo ricordo benessimo, Anna Maria riusciva ad essere avvicinata, senza crearsi né creare ad altri mai alcun disagio, da qualsiasi animale come gechi, lucertole, rane, ragni, serpenti, pecore, capre e via scrivendo. Ad un certo punto, nello scritto (1983) del fratello c’è la frase: «Oggi, dopo un intervallo di 30 anni […] Anna Maria, miracolosamente, ha ripreso il lavoro». Se andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che partendo dal 1983, dopo 30 anni, incontriamo appunto il 1954, anno in cui il padre Michele Massari, lo straordinario ed eccelso pittore post-impressionista morì, a soli 52 anni, a causa di un banale incidente d’auto. Lo sgomento dei due giovani figli fu annientante: Anna Maria, che aveva solo 25 anni, non disegnò e non dipinse più; si chiuse nel suo più intimo segreto; Antonio, che aveva 22 anni, invece, appena qualche anno dopo, era il 1957, andò via da Lecce, potremmo dire in modo quasi definitivo. Ed è ancora lui che ci ricorda l’arte e le vicende artistiche della sorella. Ed ancora, in “Io sono straniero sulla Terra ” scrive: «Ben presto Anna Maria rivela un talento pari al talento di Michele Massari, un talento ereditato. […] Papà a tal punto si fidava di lei da farsi dare una mano nella pittura, nella scultura, nel disegno […] A cinquant’anni forse, Anna Maria ha ripreso a lavorare, giocata, questa volta dall’arte contemporanea con le opere che assorbono la luce: stratificazioni di fogli di cellophane o acetato fino a suscitare la molle, dolce, antica luce della perla e con vaporosi pezzi di lenzuola delle Ferrovia dello Stato» (cfr. Op. cit. , pp. 452-453). Prima della sua chiusura artistica per alcuni decenni, l’ultimo suo intervento pubblico fu la partecipazione alla Prima Biennale dell’Incisione Contemporanea in Italia, promossa dall’Associazione “Incisori d’Italia” (Torino – Milano – Roma) e organizzata dall’Ente Provinciale per il Turismo di Taranto e dalla Galleria d’Arte “Taras”, che si tenne a Taranto dal 15 ottobre al 10 novembre 1963, alla quale fu presente con un’acquaforte dal titolo “Umanità ”, realizzata però qualche anno prima. Anna Maria Massari ritornò all’impegno artistico grazie alla nascita del Gruppo di Terra d’Otranto e soprattutto grazie alle sollecitazioni di una sua amica del cuore: Rita Guido, che mai l’ha dimenticata, tanto che, ancora oggi, ne tiene vivo il ricordo raffigurandola nelle sue luminose tele sotto il segno de “Le trecce di Anna Maria ”, dipinti ad olio di una materialità tangibile e sofferente che fa sì che il suo messaggio vada oltre il confine di una specifica territorialità. Ancora più di recente, Rita ha ricordato l’amica con una plaquette dal titolo “Omaggio ad Anna Maria Massari ” (Lecce 1998), introdotta da un affettuoso pensiero del figlio Francsco Porpora che, commosso, scrive: «Mamma chi stai aspettando? – La Rita! Alle quattro e mezza avevamo appuntamento… casomai non ho sentito il clacson…. / Se era primavera l’aspettava sul balcone, e certe volte io andavo a farle compagnia. […] Ho ancora una grande cornice ovale di cartapesta che forse la mamma voleva riempire con tutti i colori della contrada, l’Universo. / Certe volte, spinte dalla necessità di uscire dal tempo degli altri, s’incamminavano [Anna Maria e la Rita] piano, a braccetto, lentissime per le vie del centro storico, osservando ogni cosa, masticando “passatiempii ” e parlando fitto fitto a testa bassa, come per un dialogo segreto fra “strie ” inebriate di poeticissimo amore». Tenere, gentili, dolci e affettuose sono le dieci liriche che Rita Guido dedica all’amica. Ne riporto solo tre che, secondo me, danno il senso pieno della struggenza del loro rapporto amichevole: «Treccia bellissima/ che per decenni ha affascinato il mio sguardo/ oggi diventata “àncora,/ fune di mare, treccia del ricordo”./ Vorrei cantare/ con le note più adatte/ allo splendore di quel ricordo./ Vorrei cantare/ e saper comporre la tua eterna giovinezza». E poco oltre: «Ho raccolto dal tuo angolo di studio/ piccole porzioni di cose,/ piccoli resti/ che servivano ogni giorno per il tuo lavoro./ Ho chiesto il permesso ad Antonio tuo fratello./ poi ho pensato a tutti i colori dell’Universo/ che tu volevi poggiare in una enorme cornice/ dorata/ realizzata in cartapesta da te Anna Maria/ tanti colori/ tanti tanti dovevano riempire/ il vuoto della cornice di cartapesta./ Solito appuntamento». E l’ultima, la più struggente: «È stato l’appuntamento più bello/ della nostra vita/ Eravamo insieme/ io e te/ sui gradini di una chiesa bellissima/ Si osservava, si osservava ed ancora si osservava/ bisbigliavamo parole e commenti/ che solo io e te, Anna Maria, conosciamo».

Ma come ho conosciuto Anna Maria Massari? A presentarmela per la prima volta fu alla fine degli anni ’70, il marito Nando Porpora, all’epoca, io e lui militanti del sindacato Cgil. Io militavo pure – come si diceva allora – in un’organizzazione politica rivoluzionaria, il CLdP (Circolo Lenin di Puglia), e lottavo come un forsennato per il rispetto dei diritti sindacali dei contadini, dei coloni e dei mezzadri della nostra provincia. Per questa mia attività non ero affatto ben visto dai vertici sindacali, tanto da essere continuamente discriminato e spesso messo da parte. Nando Porpora, invece, che faceva parte anche lui dei vertici sindacali, era l’unico ad avere comprensione del mio operato, per cui spesso, quando ci si vedeva, ci si scambiava qualche parola e pure qualche buon caffé. Fu Nando che, ad un gioioso Primo Maggio presso Porta Napoli mi presentò sua moglie, che da quel momento divenne una delle mie migliori amiche.

Anna Maria Massari era nata a Lecce il 21 ottobre 1929. Aveva studiato all’Istituto Statale d’Arte, completando i suoi studi presso il Magistero di Firenze. Svolse la sua carriera di insegnante nelle Scuole Medie di Napoli, di Brindisi e di Lecce.

Il 30 marzo 1993, giorno tremendamente infausto per la sua storia di umana, Antonio Leonardo Verri così la ricordò: «La morte sta decimando i “selvaggi” del Salento. Dopo Totò Toma ed Edoardo, ieri è toccato ad una carissima amica: Anna Maria Massari. Chi le voleva bene non avrà più i segni della sua costante creatività, la sua dolcezza, la sua lucida allegria».

Appena qualche mese dopo, il 9 maggio 1993, anche lui, il selvaggio più selvaggio di tutti noi volava in alto, nel più alto dei cieli.


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venerdì 12 febbraio 2010

Per questo febbraio Bambini nel bosco di Beatrice Masini per i tipi di Fanucci (collana Tweens)

Un libro struggente, poetico, dolente, che scava negli animi dei ragazzi, esplorandone le emozioni e i turbamenti. Un libro per loro, ma anche per gli adulti che li circondano. Al limitare del bosco c’è una struttura che accoglie bambini. Gli Avanzi, quelli abbandonati dai genitori, e i Dischiusi, nati all’interno del campo. Tom è uno di loro. Legge molto e se ne sta in disparte, finché un giorno convince i ragazzi del suo gruppo a spingersi nel bosco, per esplorare il mondo di fuori. Tom porta con sé dei libri, e alle sue letture ad alta voce si alternano le rivalità, le gelosie, le scoperte, gli amori e la morte: tutte avventure seguite da lontano da Jonas, il direttore, che ha in realtà programmato la fuga. Una storia commovente, sospesa in un limbo spaziale e temporale, in una narrazione sempre al limite tra fantascienza e realismo. I bambini nel bosco è il nuovo e straordinario romanzo di un’autrice che tocca l’intimo umano come pochi scrittori in Italia.

Beatrice Masini è nata a Milano, dove vive e lavora. Giornalista, traduttrice, editor, scrive storie e romanzi per bambini e ragazzi. I suoi libri sono stati tradotti in quindici Paesi. Per Fanucci Editore ha pubblicato Sono tossica di te nel 2008.

martedì 2 febbraio 2010

Elisabetta Liguori, Anna Cordella e Pierluigi Mele con Libreria Gutenberg e Lupo editore organizzano "Il vizio di leggere"

La Libreria Gutenberg e Lupo editore presentano, Giovedì 4 febbraio, ore 18.30 presso la Biblioteca Bernardini, Sala del Teatrino Piazzetta Carducci (Lecce), Il vizio di leggere: Quando nasce il bisogno di leggere? Da dove viene? Quali conseguenze porta con sè? Confessioni dialoganti per carta e ricordi tra Pierluigi Mele autore di “Da qui tutto è lontano” (Lupo editore) ed Elisabetta Liguori autrice con Rossano Astremo di “Tutto questo silenzio” (Besa editrice). L'incontro sarà coordinato da Anna Cordella. "Leggere è un vizio, una conquista, una passione sfrontata, un tic, un bisogno, a volte un alibi. C'è chi lo fa la sera prima di addormentarsi, chi al mattino davanti ad un caffè bollente, chi in autobus, chi in attesa dal dentista, chi di nascosto in uno scantinato, taluni per protesta, molti per dovere, altri per indolenza. C'è pure chi non riesce a farlo e si sente in colpa o chi non ci tiene affatto e quando vede un romanzo brillare sul bancone di una libreria fa spalluce e non sa perchè. C'è chi legge solo quotidiani, chi solo romanzi gialli, chi preferisce i saggi e prende appunti, chi divora di tutto e poi sente la testa girare. C'è chi ha bisogno di solitaria concentrazione e chi legge solo a voce alta per un pubblico scelto. Chi legge per sè, chi legge per un amico o per un amore. Chi legge male, chi legge troppo, chi legge due volte. Ma esattamente quando e perchè nasce il bisogno di leggere? Come cresce nel tempo e in quali condizioni? Quali conseguenze porta con sè? Leggere è un gesto di ribellione che molto cela e molto svela di un uomo o di una donna. In tempi di crisi il libro, e tutto quello che ruota attorno allo stesso, continua ad essere oggetto di accesi dibattici e grossi quesiti. Non si può non chiedersi perchè. Poichè la lettura è un cammino attraverso la storia degli uomini è giusto che ciascuno compia il suo a suo modo. A volte può essere interessante condividere quel cammino con qualcuno."

sabato 16 gennaio 2010

Mitili e Cenere (Edit Santoro) di Annamaria Cenerini. Intervento di Carlo Spinelli

Mitili e Cenere, i trentatré componimenti poetici di Annamaria Cenerini esprimono un elevato uso della parola poetica, lì dove la poesia è sapiente scrittura naturale della parola essenziale che, come tale, non rimanda oll’oggetto che nomina, come direbbe Mallarmé, così caro all’autrice. Una poesia che diviene profonda sensualità e piacevole percorso di percezioni e di memoria, nella musicalità avvolgente dei versi che, pur liberi, concedono gradevoli assonanze e allitterazioni, nel fluido procedere di un linguaggio che sovente cede il passo agli enjambement. E il risultato finale è un ritmo continuo, un succedersi di suoni che nella mente arrivano quasi a configurarsi in un alternarsi del cerchio e della linea, così come si avvicendano da una parte il sacro, nel profondo desiderio di trascendenza (e il desiderio si fa vegetazione) e dall’altra l’immanenza del quotidiano, che si vuole conquistare alla stregua di tanta razionalità invocata, intravista nella disposizione dei libri sui ripiani squadrati e inseguita come un farmaco, (…) un ordine alfabetico da reiterare come monotone litanie domenicali. Tutte le poesie esprimono una sensibile tensione poetica nel raffinato tentativo di aspirare all’apollineo ordine delle cose, fuggendo dal caos naturale della percezione. Situazioni della vita quotidiana assurgono al più alto rango del sentire poetico, attraverso una sensualità che non ha più il corpo per oggetto della sua percezione, come nella precedente inedita produzione, ma la natura, con la quale l’autrice vive quasi un processo di identificazione dall’eco dannunziana (vorrei… esser nata oleandro o aloè); una natura che si fa parola poetica e ineluttabile nutrimento: parole che lievitano, che sanno di sale e rovi, parole impastate con farina di rose e acqua di ninfee; una parola poetica che, nel quasi rimorso di non aver potuto regalarla alle persone care che non ci sono più, continua a svolgere la sua antica funzione eternatrice. Pertanto questi versi svelano anche il loro contenuto metapoetico, come anche nelle voragini delle parole o nel groviglio dei pensieri che si fa ricordo e lei, divenuta bambina, rincorre schive galline prolifere di uova deposte altrove/altro tempo altre parole. E’ esplicito il ricorso ad una parola che sprofonda a recuperare innumerevoli significati, collocandosi in altri luoghi, altri tempi; divenendo, quindi, una parola “altra”. E da luoghi lontani, ancora una volta la natura restituisce la memoria di un’infanzia felice, come il profumo del mallo acerbo di quel noce che ombreggia il gioco di Tita e Francesco. Ma al di là del mallo e il noce, altre immagini simboliche si aggiungono da subito, dopo l’apertura salmodiante del primo breve componimento (Beati coloro che hanno verità e disegni definiti…). E così la luce e l’acqua, di cui la poetessa vuole nutrirsi, vanno a scomodare inveterati archetipi che preludono alla figura di un dio e di un divino intesi in senso umanistico, utili a superare l’immanenza. E ancora, l’antico giardino dei desideri, che nella nostra cultura arriva a confondersi con l’orto, ci regala mediterranei profumi familiari di salvia, menta e prezzemolo; peperoni, arance e limoni; percezioni totali che arrivano al sinestetico profumo biancastro del gelsomino materno. E poi la civetta e la gazza, il gufo e la rondine. Tutti simboli che rimandano ai quattro elementi naturali, ad eccezione del fuoco che compare indirettamente attraverso il sale che, estratto dall’acqua mediante evaporazione, altro non è che un fuoco liberato dalle acque. Il sale, così carico di significazioni, rimanda ancora una volta alla figura di Cristo (Matt. 5,13) e al suo valore di forza e salvezza; al concetto di purificazione e, più di tutto, a quello di una trasmutazione (fisica, morale, spirituale): il sale conserva gli alimenti ma può anche distruggere per corrosione. Ecco perché, nel suo ultimo avvertimento metapoetico, appreso nella famigliare fucina materna, Anna Maria suggerisce quel ‘sale quanto basta’, quasi ad indicare una certa parsimonia nell’uso della parola poetica, in sintonia con quella tenue luce che poche ore dopo/ il tramonto regala ombra/ e poi il silenzio agguerrito/ contro la parola urlata.

casa editrice: http://www.editsantoro.it/index.asp

domenica 10 gennaio 2010

Mariangela De Carlo organizza un importante incontro con Aldo Quarta autore Lupo editore

“In una democrazia, il popolo sovrano è tale se non viene escluso, attraverso i suoi rappresentanti, dalla gestione della cosa pubblica”. Mentre appare sempre più urgente ritrovare il senso profondo del suffragio universale, giunge da Aldo Quarta un’articolata riflessione sulla possibile dialettica fra società civile e organismi politici. Chi rappresenta la volontà popolare e chi è il popolo? Tra richiami storici e citazioni costituzionali, un importante apporto critico all’analisi dei tempi che corrono, un’esortazione alle più generose passioni della coscienza civica, un appello ai valori su cui si sono fondate e si reggono le società moderne.

PORCA DEMOCRAZIA DI ALDO QUARTA (LUPO EDITORE) il 15 gennaio alle ore 18,30 presso l'Hotel Risorgimento Via Imperatore Augusto, 19 a Lecce. Interverranno con l’autore:
Sen. Giovanni Pellegrino, Avv. Lorenzo Ria, On. Raffaele Baldassarre, Dott.ssa Federica De Benedetto, Dott.ssa Anna Cordella, Dott.ssa Mariangela De Carlo

martedì 5 gennaio 2010

Fuori i secondi di Vito Antonio Conte (Luca Pensa editore) visto da ... me!

Carissimo Vito Antonio,
inizio a scriverti con qualcosa che ti riguarda...” Aprii le ali/faticosamente/e più mai le chiusi".
Leggendo il tuo libro” Fuori i secondi”sono stata trasportata spesso in un’atmosfera rarefatta dove natura e uomo si identificano a tal punto che occhi azzurri diventano mare , capelli biondi oro del cielo, chiome inebrianti terre dell’Africa.
E poi i ricordi fatti di odori, profumi in cui perdersi per ritrovare luoghi perduti atmosfere dimenticate o volutamente messe da parte . Allora mi chiedo perché certe immagini le cerchiamo e poi con la stessa intensità le perdiamo, perché se appartengono a quello che poi siamo diventati, quando tornano alla mente ci inondano di malinconia. Già, la malinconia ... che spesso sento impadronirsi dei tuoi versi come qualcosa che appare e fugge dinanzi alla tempestività della quotidianità che ci rapisce ma che non ci fa più volare.
Allora perché chiuderle quelle ali, perché quasi vergognarsi di essere un sognatore, uno degli ultimi romantici. La vita si impadronisce di noi e ci trascina nei grandi magazzini, nella giungla del lavoro ,ci porta a guardare in faccia l’ipocrisia, l’odio, l’indifferenza...... ma se le ali le teniamo bene aperte nessuna cosa potrà intaccare “ L’ultimo cielo “.
Ciao!
Paola Scialpi

lunedì 4 gennaio 2010

Annalisa Fantini, L’innocenza indecente (Il Filo) il 15 gennaio allla Biblioteca Provinciale “Bernardini"

“Le sedici storie de L’innocenza indecente si presentano piuttosto come ‘brani di vite’ giustapposti, su cui l’autrice con scrittura sobria, lucida, ma carica di tensione narrativa, focalizza l’attenzione, con l’immediatezza della narrazione breve, in qualche caso lasciata come in sospeso e quasi senza conclusione. [...] Inquadrature in esterno, dove riconosciamo ambienti e vicende che hanno attraversato il campo visivo della cronaca, sono lo sfondo all’interno del quale i personaggi femminili si muovono con passo talvolta indecente, il più delle volte innocente. [...] In questi contesti la narratrice si addentra quanto basta per assistere al nascere, in mezzo al ‘lezzo di una umanità sporca di sudore e sfinimento’, di un sentimento di solidarietà femminile appena accennato, sul quale posa lo sguardo con discrezione, quasi con pudore. [...] C’è, al di qua della penna che annota, uno sguardo che sa vedere altro. Perché anche quando ogni cosa sembra macchiata, vengono alla luce sentimenti puri che restituiscono dignità.”

(dalla prefazione di Ada Donno)

Annalisa Fantini è nata a Cesena. È laureata in Lettere Classiche all’Università di Perugia. Giornalista professionista, ha fatto parte della Commissione nazionale per gli esami di accesso alla professione. Fa parte del corpodocente del corso “Donne, politica e istituzioni” dell’Università di Lecce. Cronista e inviata, collaboratrice di testate locali e nazionali, quali “Il Messaggero”, le reti Mediaset e alcune TV estere, svolge ora attività di free lance e di fotografa. Nel 2008 ha vinto il concorso “Conflitti” della casa editrice Mediterranean Media (Cosenza) ed è stata fra le finaliste del premio letterario indetto dalla Consulta femminile di Trieste, nella sezione racconti. È presente, come fotografa, in uno dei volumi che l’Università di Siena ha destinato alle professioniste europee. Si è occupata a lungo di immigrazione e della mafia pugliese. Si occupa sempre delle tematiche relative alla questione femminile.

Venerdì 15 gennaio alle ore 18,00 presso la Sala Teatrino della Biblioteca Provinciale “Bernardini” sede Convitto Palmieri, in p.zzetta Carducci- Lecce. Intervengono Loredana Capone – vicepresidente Regione Puglia, e Teresa Romano – libreria Gutenberg

sabato 2 gennaio 2010

Anna Maria De Luca e il suo Divento (Lupo editore) vista da Teresa Romano

Desiderio e assenza, libertà e perdita , eros e solitudine, confinano con il silenzio. Anna Maria De Luca fa della poesia la cifra che del silenzio scioglie i nodi e ne fa scaturire la voce. Parola che sembra plasmarsi dentro un gioco linguistico d’invenzione, nel linguaggio cifrato della fantasia, dove il tempo, non quello reale ma quello della scrittura e del racconto, è un lemma di alta frequenza nel tessuto verbale, in quell’attesa dell’epifania dei segni slegata dalla realtà.
Non si conosce la grammatica, tutto resta fuori e hanno forza solo le parole senza notizia che delineano una traccia nell’arrendersi all’altro mediante Verba, pensiero del tu. Parole coscienza-conoscenza-appartenenza a quel “In principio era il Verbo”, parole ripulite di tutto l’artefatto, maglie di una catena del sentire. Parole, gioco di parole, parole soffocate, graffiate, smaterializzate, scarne, essenziali. “Pa-ro-le, pa-ro-le, solo parole impastate di terra rossa e acqua di mare. Parole sempre acerbe, come l’Amore errabonde nel reticolo cangiante delle vene o imbrigliate nel cuore incastonato nei denti”. Parole, in cui affogare mille pensieri, sui mari d’inchiostro nell’attesa, scandita dal silenzio, del sole splendente di vita. Parole-rete per entrare in sintonia con la verità del mondo in un’atmosfera aurorale. Limpide, trasparenti, energiche. Parole-eros, palpitanti, pulsanti, in cui fluttuano i pensieri nei ritmi della materia. Materia e cuore sembrano coagularsi nei versi di Anna Maria De Luca: “ E la malinconia è una serpe lunga e sottile che si raggruma nello stomaco. E che porta lontano, come il treno dell’addio”. Parole che s’incarnano nell’eros, volto dell’anima, nella seduzione di certi gesti, nella magia sconcertante di certe esperienze, in cui l’io/altro diventa “rasoio tagliente… tra le socchiuse gelosie ardente”, nella musicalità seducente di quell’“ente-ente” dove l’io/tu è rappresentato da interminabili file di stanze incatenate in un noi. E’ la sacralità dell’amore che si consuma in quella della parola attraverso icone e immagini nelle quali sopravvivono fisicità e metafisicità. Catene, catene, cuore incatenato e parole che lasciano correre un battito prepotente, intermittente, a volte, spesso, bloccato in un pensiero fisso, in un tormento, “in una raffinata melodia sigillata in una conchiglia avvitata sul cuore”. Amore-prigione, chiuso nella bontà, bloccato nell’abitudine, nella fissità, nella tirannia, nella gelosia. Amore che non concede il lusso della fuga e “tuttavia qualcosa risplende nel silenzio”. Parole luce sulla carta, quelle dell’autrice, non parole-moneta né macchine remuneratrici. Parole apoftègma, frutto di germinazione nel silenzio, nel dolore, in cui il lettore gusta l’evento della donazione in un andare nella parola-scrittura, nella parola-dono. Ed è vero Poeta colui il quale ci fa gustare la forza delle parole.

venerdì 25 dicembre 2009

Roberta Calò, Scavamilanima (Giuseppe Laterza editore, 2009)

Parlare di Roberta Calò e del suo lavoro dal titolo “Scavamilanima” edito per i tipi di Giuseppe Laterza, risulta agevole per la chiarezza degli intenti poetici che sono alla base dell’intera raccolta e per la immediatezza e forza dei versi che l’autrice manifesta senza veli ai suoi lettori. Parliamo di una dimensione lirica dove i sensi sono all'erta e l’amore sviluppato in ogni sua dimensione, e latitudine, tanto che la parola diviene strumento di scandaglio ideale per potenziare il senso stesso del rapporto e del dialogo amoroso che vive del suo essere corpo, pelle, vita. In questi versi sopravvivono solo piccoli ma essenziali punti di riferimento (l’amato è non solo l’oggetto del sentimento ma forza deflagrante eros e sensualità; l’amante invece è universo generante il canto delle due voci narranti e narrate) indispensabili alla sopravvivenza dell’io poetico dell’autrice che proprio per il contenuto essenziale ed esistenziale del canto prodotto cerca di superare solitudine e desolazione con uno sguardo lucido che racconta una realtà come tante, una storia d’amore come tante, ma proprio perché simile a molti altri universi di relazioni amorose, richiede delicatezza, sensibilità, eleganza, e uno sguardo in grado di produrre una scrittura lacerante, lacerata, mai paga.
Roberta Calò è una giovane poetessa che non si risparmia nel suo darsi al pubblico, e non ama nel modo più assoluto fare economia del suo poter essere senza limiti, considerando che si tratta anche della prima raccolta poetica. E devo dire che sebbene si tratti di un’opera prima, non vi ho trovato solo entusiasmo, e determinazioni tipiche dell’esordio, della giovane età o di altre caratteristiche che comunque rientrerebbero in altri criteri di analisi extra-testuali, di chi insomma è alle prime armi in un mondo come quello della Poesia rischioso, rischiosissimo soprattutto se si pensa all’enorme produzione di pseudo-poesia che oggi riempie gli scaffali di molte librerie nel nostro paese. L’autrice è sulla strada giusta, quella della maturità poetica che sa cogliere l’universale nel particolare, ovvero quella capacità di saper essere nei cuori di chiunque parlando delle proprie esperienze e di rendere tutto questo entrando nel respiro del verso e nel suo ritmo. Ingenuamente (perché ancora lontana da un’autoconsapevolezza di poter divenire grande con la sua Poesia) nella sua prefazione al volume, spiega il miracolo di un sentimento che diviene per lei incanto cosmico: l’amore, quello di cui tutti parlano, da tutti vissuto e a volte perso, di cui comunque non si finirà mai di dire e di trattenere nel cuore e nei gesti. Roberta Calò è in grado di trascinare il lettore in un turbinio di versi caldi, a volte “very hot”, a volte delicati come le nuvole, ma gravidi tutti di inarrestabile furore, e gemito che toglie il respiro. Sono d’accordo con quanto scrive Lino Patruno della giovane autrice dicendo che la sua scrittura è perennemente oscillante “fra torrido erotismo e ingenuo candore”. Ed ecco allora che Roberta Calò ci farà immergere in tracciati di pelle e gola, sudore, sesso, e sentimento, tra il senso dell’oblio e la ricerca di un’identità corporea, sciolta e ricomposta incessantemente dalla parola, quasi in un’estasi orgasmica che brucia gli attimi. Un lavoro che si lascia apprezzare nel suo parlare e scrivere di amore e di morte e forse … di altre sciocchezze!
(recensione di stefano donno)


L'acqua scivola sul mio corpo
come la tua mano avanza dentro di me

e goccia dopo goccia
ci incontreremo
nell'abbraccio di un'onda

lunedì 21 dicembre 2009

"Buone da sposare" di Adriana Maria Leaci (Il Filo editore)

Non sono mai stata una femminista come quelle degli anni Sessanta, che partecipavano alle manifestazioni e che poi bru¬ciavano i reggiseni in piazza. L’estremismo di ogni idea mi ha sempre causato disgusto. Mi ritengo piuttosto una giusti¬ziera precoce, dato che una volta capito, sin da piccola, che in questo mondo le donne spesso sono martiri della società in cui vivono, mi sono subito ribellata. Partendo dalla scuola elementare, dove ho avuto un compagno, rivale spietato, che pretendeva di avere voti superiori ai miei, e per ottenere ciò non misurava termini; per poi scontrarmi, tutt’ora, con quei soliti discorsi che giustificano il mio modo di pensare solo perché sono una donna. Ho cercato continuamente di difendere, a spada tratta, non una probabile superiorità – ci sarebbe da aprire un trattato su questo – ma l’uguaglianza di diritti, nonché i doveri tra uomini e donne che si amano veramente, essenziali perché la discri¬minazione non sfori la dignità umana.
Quand’ero solo un’adolescente, quando facevo i primi passi da adulta, cercando anche i consensi di quelli più grandi di me, era abituale sentire la frase “sei tanto brava che ti puoi già sposare”. Già. Osservando e misurando le faccende dome¬stiche si stabiliva − e si stabilisce ancora oggi − quanto una ragazza fosse adatta al matrimonio. Come se quel traguardo fosse l’obiettivo unico nella vita di una donna; come se, all’in fuori di quello, nulla rimanesse, nulla valesse veramente la pena per restare vivi in questo mondo. Certo è che l’unione dell’uomo alla donna è basilare per la sopravivenza della specie, ma vorrei tanto che la scienza non ci ponesse sempre al confronto, limitandosi soltanto a chiarire i nostri dubbi e dandoci risposte ai nostri problemi. Sempre la stessa scienza usa la parola uomo, dal latino homo, come identità anche per noi donne (in latino sarebbe mulier, poco sonoro, poco significante, poco conosciuto persino nel¬le poesie latine), nonostante la sua partecipazione alla pro¬creazione non l’impegni per più di quindici minuti, per ogni parto, anche gemellare. Affrontiamo il dolore fisico, ognuna con la sua soglia di sopportazione, però ci rifacciamo con le altre gioie della vita. Fu inflitto dal Creatore su Eva e per tut¬te le generazioni di donne, nei secoli dei secoli, si partorisce con dolore − eccezion fatta per quelle che hanno conosciuto la meravigliosa invenzione dell’anestesia epidurale − e ogni mese ci ricordiamo del peccato originale di quell’ancestrale e cara parente. Per molto tempo siamo state relegate alla figura tenera di madri e nonne, rappresentate in dipinti dai maggiori artisti, senza altri scopi se non quelli di badare alla prole e al nido fa¬migliare. La storia dell’umanità purtroppo racconta più degli eroi, morti per difendere un ideale politico o di pensiero. Sono stati loro a tramandare i valori più decantati dai libri. Sull’eroi¬ne, esclusa Giovanna D’Arco e qualcun’altra del genere, por¬tate al sacrificio di se stesse, si fanno poche menzioni. Nel secolo XXI invece l’evoluzione della donna spaventa, soffoca, disorienta. È successo tutto troppo in fretta perché fosse compreso senza traumi. I ruoli si sono invertiti. Gli uo¬mini sono divenuti le vere vittime. Questa non vuol essere, assolutamente, una manifestazione contro gli uomini, anzi. Cerco di riflettere. La vita non avrebbe senso se non fossimo in coppia sulla faccia della terra. Siamo esseri bisognosi uno dell’altra e le sofferenze sono superabili proprio perché vissute insieme. Mi piace pensare e vivere con un compagno con cui condivido e divido ogni evento della mia esistenza. Durante la stesura di questo libro sono passata spesso dal racconto, puro e semplice, a un’analisi personale del signifi¬cato della persona-donna, fino ad arrivare al titolo principale. Ora mi trovo a voler quasi giustificarlo, forse perché io stessa comprenda la scelta di questo percorso di scrittura.
Come è solito in me, cerco una descrizione dei sentimenti più profondi, attraverso le scelte di vita che fanno le persone, puntando sui vari interessi e sui valori inculcati dalla società. Determinati comportamenti provengono dall’ambiente in cui si vive, quindi è sufficiente nascere in un continente piutto¬sto che in un altro, per trovare la differenza di sviluppo delle donne. Anche il clima incide enormemente sull’umore uma¬no. È la mentalità però che regge il destino di ognuno ed è quest’aspetto che vi farò conoscere. Descrivo donne del passato, educate nel rispetto della figura maschile, a loro servizio, talvolta nell’idolatria, altre volte nella ribellione, ma sappiamo che tante nel mondo si trovano anco¬ra a vivere le stesse cose, solo in Occidente. Questo vuol’essere un omaggio alle donne che ho cono¬sciuto e dalle quali ho tratto l’ispirazione, non solo per scrive¬re. Donne che mi hanno insegnato e trasmesso il vero senso dell’esistenza e che sono diventate una parte di me. Donne inventate, sognate, invidiate e amate. Donne. Siamo gli esseri che generano l’umanità, e dobbia¬mo ancora conquistare il mondo.

Adriana Maria Leaci è nata il 29 agosto del 1959 in Brasile, da genitori italiani. A venticinque anni ha lasciato il Paese ed è venuta a vivere in Italia, dove si è sposata e vive tuttora. Lavora come impiegata nella Pubblica Amministrazione. Nel 2006 ha pubblicato Con gli occhi di mio padre, Luca Pensa Editore

dalla premessa - su concessione dell'autrice

giovedì 17 dicembre 2009

Senza Storie di Luisa Ruggio (Besa editrice)

“Senza Storie”, edito da Besa nella Collana “Nuove Lune” (pagg. 154, € 14,00), è l'ultima boutade che Luisa Ruggio ha donato, come altra parte di sé, ai suoi lettori. Trentatre racconti brevi. Credo poco alla numerologia e altre similari scienze e parascienze, ma se i numeri contano qualcosa (e io, l'ho detto o lo ripeto ancora, ci credo all'unica condizione che rivelino dei contenuti...), allora tra la scrittura di questa raccolta di “Storie” di numeri ne troverete quanti volete: tutti quelli della vita e, financo, della morte. Ché non si può discernere la prima ignorando la seconda. Ché si può apprezzare in tutte le sue espressioni la vita soltanto se non s'incorre nella presunzione di credersi immortali. Ché l'unica immortalità è data dal vivere sino in fondo e autenticamente ogni istante prima della fine. La fine, così, può segnare un altro inizio. E non c'è nulla di religioso (in senso canonico) in quanto affermo. Se volete, paradossalmente, è quanto di più religioso abbia mai detto. Ché la religione (scevra da pregiudizi, definizioni e timori) è cogliere le contraddizioni dell'esistenza. Anzi delle esistenze. E scommetterci sopra. Donando il meglio di sé. Ch'è quel che si è! Luisa Ruggio è tante cose, tante esistenze, tanti respiri, molte delusioni, parecchie gioie, una manciata di felicità, qualche nodo irrisolto, angoli bui, piazze piene di luce e Amore. Ma, soprattutto, è scrittura. Ché tutto quel ch'è Luisa, tutto quel che c'è d'intorno a Luisa, tutto quel che dentro Luisa s'agita, tutto diventa scrittura. E la scrittura, come espressione di quel ch'è stato, ch'è e che ancora sarà del Suo vivere, è il meglio di Luisa, è il meglio che può dare a chi vuol leggerla... Con quest'unico dubbio: non so sino a che punto la Sua scrittura è vissuto e quando -invece- diventa desiderio di vita o premonizione del divenire. Di storia in storia, esergo dopo esergo, citazione dopo citazione, troverete nei racconti che leggerete tutto quel che l'Autrice ama di più e che di più la fa soffrire: dal cinema alla letteratura, dalla musica alla pittura, in una sequenza di giorni dal sapore autentico in ogni soffio di canzone, in ogni scena rubata a un film, in ogni dialogo estrapolato da un litigio tra vicini, in ogni istante di tristezza fermato in una nota, in ogni momento di violenza quotidiana, in ogni ricordo che non può promettere più nulla, in ogni contatto che mai più sarà, in ogni cosa di quest'andare verso l'Amore che, sì (haivogliaadire!), c'è, dannatamente c'è, grazie a dio c'è! Attraverso infiniti passi c'è. È tante cose. E una soltanto. Il segreto per comprendere questo e il luogo in cui dimora, Luisa Ruggio lo conosce e lo rivela, sol che si sappia trovarlo nella Sua scrittura. Già, una volta ancora: la scrittura: quella di chi, come me, vorrebbe essere capace di rendere (come mezzo per dare se stesso a chi continua -a ogni sole che sorge, come a tutte le notti che arrivano- a dipingere di luce questo schifoso triste barattare l'anima con la mercificazione imperante dell'acquista usa e riempi i cassonetti dell'immondizia... e del tutto a ciò sotteso e/o teleologicamente connesso...), vorrebbe distillare parole per disvelare un'altra via possibile, senza la presunzione d'indicarne il cammino. Luisa Ruggio possiede questo segreto. Cercatelo nei racconti di questo libro, il più bello scritto dall'Autrice, proprio per la scrittura in cui è reso e che non m'impegnerò a spiegare... sappiate, però, ch'è un distillato di parole. Un distillato di parole. Un distillato di parole. Ottenuto senza alcuna alchimia, ma dopo lungo procedimento iniziato con dolorosa spremitura di visioni, di ascolti, di pensieri, di letture, di momenti di colori diversi in cui predomina il porpora: quello della passione: quello che ti fa fare qualunque cosa in cui credi davvero come se fosse l'ultima che fai. Lo stesso delle parole usate da Truffaut per dire quel che aveva appreso da Rossellini: “O faccio questo film o crepo”.

Vito Antonio Conte

sabato 12 dicembre 2009

Romanza di Zurigo. Mosaico eretico e visionario, di Francesca Mazzucato, Historica (Milano, 2009). Recensione di Nunzio Festa

L’ultimo libro di Francesca Mazzucato riempie alcuni vuoti dell’oggi. “Romanza di Zurigo”, infatti, tanto per cominciare prova nuovamente a porre un ponte con scritture e geni del passato, con scrittori e artisti. Da Joyce, per cominciare, passando per Canetti, ma senza sottovalutare Schwarzembrach, Chagall, come Giacometti e ovviamente Hessel. Con l’attenzione del monologo rivolta all’importanza e al peso formidabile dello scrivere e dunque della scrittura quale scelta di vita. Diciamo che la rilevanza maggiore dovrebbe essere data a James Joyce. Fino a leggere un luogo che pochi altri avevano letto, e farlo in un modo che in Italia non riusciamo a rintracciare. Zurigo è una città diversa da quella che si potrebbe immaginare. Non è solamente il bianco bancario e morticcio dei banchieri. Non è semplicemente i prezzi altissimi e tutto il male che significa per gli ultimi e i penultimi. Oppure la piatta calma d’un certo piattume. La città di Zurigo, spiega Francesca Mazzucato, ha una serie di pregi. Però, innanzitutto, si riparta dai vuoti riempiti. Pensando certamente che questi aspetti di Zurigo aumentati di visibilità e comunicazione sono appunto un vuoto non più vuoto. Perché quest’assolo di Francesca Mazzucato riesce a costruire un rapporto sentimentale profondo con grandi figure: cosa molto novecentesca, tra l’altro. Come la nuova prova letteraria della Mazzucato ricorda, non solamente a livello diaristico e legato all’amore voluto e voluto di sottofondo, che la scrittura tante volte è portatrice di demoni ed è demone essa stessa. E Francesca Mazzucato mette tutta se stessa in questa parte di volume, dove scatta fotografie alla sua intimità. Dove questi scatti valgono quanto quelli fatti alla Zurigo desiderata e alla stessa maniera si fanno accogliere da chi legge. “Romanza di Zurigo” è stato mettere insieme fiati d’una città da scoprire e anzi riscoprire, anime di poca gente eppure tutta simbolica e ognuna simbolica per tutto. Il mosaico, appunto, è eretico ma soprattutto visionario. Visionario però per lucidità e forza di passione. Eretico proprio per l’impegno d’immagini che non sono fuori dalla realtà ma che non sempre sono destinate a stare nelle vicende della realtà. Francesca Mazzucato, ancora una volta, dopo averci fatto amare Bologna, Budapest, Marsiglia, ci fa amare le città e un’altra città. Oggi ci fa innamorare, la Mazzucato, una quasi distantissima Zurigo. Ci mette Zurigo proprio nel cuore. Vicino vicino a dove da sempre è posizionata l’adorabile e sconvolgente scrittura di Francesca Mazzucato. Scrittura di questi tempi e di tutti i tempi, sorella di quella delle più grandi.

sabato 5 dicembre 2009

Non dire madre di Dora Albanese (Hacca edizioni)

Parliamo di un esordio. “Non dire madre” (Hacca edizioni), di Dora Albanese, scrittrice del Sud. Dora Albanese parte dalla maternità e dal concetto categoriale della creazione del sé, della creazione biologica con tutte le ricadute psicologiche del caso, della creazione di una mitopoiesi attorno al ground–zero di metamorfosi socio-culturali di un Sud postbellico: sullo sfondo una Lucania che non è paesaggio mitizzato o mitico per l’autrice, ma è una terra di nessuno dove il concetto stesso di madre si disintegra nei durissimi stili di una civiltà rurale feroce e terribile. Ancora tra le righe, in punta di penna, Dora descrive una Matera piccolo/borghese piatta, e annoiata che volutamente ha svuotato di senso la magnificenza e la miseria della sua tradizione, quella dei sassi. La scrittrice quasi poi per un’esigenza genetica e destinale affronta la maternità delle nuove generazioni, sospese tra i desideri di un’accogliente passato, caldo e protettivo tra gli affetti della memoria e delle tradizioni familiari, e il freddo e ipocrita paesaggio antropico di benesseri di facciata, nonché di goffi voli da tacchino – come direbbe Guccini – che cercano di rompere gli argini di una vita asfittica di provincia. Parliamo di racconti bellissmi e crudeli, come solo la verità del sentire e del cuore possono riferire, come solo un’indagine viscerale e obiettiva sul corpo non solo di madre, ma di donna e femmina può generosamente donare ad un lettore che vuole mettersi ancora in discussione. Secondo me a Dora Albanese non interessa solo il maquillage che cola impietoso sul viso di una donna nel tempo e nel trascorrere delle ore e dei giorni, e degli affetti e dei silenzi, l’odore del rispetto nonostante tutto … no, per questa scrittrice è importante altro: sono i sentimenti di sopportazione e di sacrificio che una donna deve costantemente sublimare a fare la differenza, sono le volute cecità sulle rughe e il buon senso, e quel voler quasi morire un po’ ogni giorno perché possa ritornare a splendere il sole sulle noie e paranoie di ogni giorno. Dora Albanese racconta dunque di un Sud, un’entità senza dimensione tra le pagine di questo libro, anche se compaiono nomi di paesi e cittadine come Stigliano e Matera. Un Sud dove le ragazze imparano a diventare madri ancora prima di una loro consapevolezza financo nella modalità di stendere i panni, un Sud dove le donne adulte cadono sugli avanzi sfilacciati del proprio tracciato biografico carico di dolore, nonne che ricordano antichi aborti, donne che spiano accese da un lieve bagliore di sensualità moraviana, uomini sui balconi; insomma, un mondo di persone in bilico tra crolli nervosi e semplici difficoltà di ogni giorno. Splendida poi la prosa in questo libro, bilanciata, elegante mai scontata. Come scrive Andrea Di Consoli nella presentazione del volume: “Non dire madre è un libro sul diventare grandi in assenza di grandezza; è un libro, cioè, sulla condanna e, al contempo, sull’impossibilità di essere “normali”; un libro, infine, sulla grigia miseria umana, ma anche sul dovere di rifondare la vita, di rinominarla, rimescolarla, riacciuffarla, magari sul binario morto dei nonni.”

(stefano donno)

martedì 1 dicembre 2009

Esce Separè di Annalisa Bari (Giuseppe Laterza editore)

Una Compagnia di Avanspettacolo in giro per l’Italia degli anni cinquanta. E una bambina, Elena, che, per una serie di circostanze, si trova a dover seguire la prima ballerina, sua zia Giorgia, unica parente rimastale. E’ la stessa Elena che, diventata adulta, racconta in prima persona quell’esperienza, ricostruendo storie e avventure, ambienti e atmosfere di un mondo scomparso. Vagoni di terza classe e stazioni di paesotti proletari, luride pensioni e squallidi cinema di periferia sono i retroscena di spettacolini pretenziosi dove luci e musica, piume e lustrini regalano quarantacinque minuti di evasione a molti che hanno ancora nell’anima le cicatrici della guerra, che faticano a trovare la loro porzione di benessere. E mentre l’Italia si risolleva ricostruendo e rinnovando, e il mondo dello spettacolo si apre a nuove forme, l’Avanspettacolo inizia la sua rapida e inesorabile agonia, tra le illusioni svaporate nella luce bianca del televisore. I nuovi divi e la nuova cinematografia, le rassegne canore, di bellezza, di moda, i rotocalchi, la pubblicità, la politica e lo sport, le auto e gli elettrodomestici: è un’intera nazione che si evolve sotto gli occhi opachi di chi non vuole accettare il cambiamento dei costumi, e quelli vivaci di chi prende la rincorsa verso il futuro. Giorgia e le sue compagne, tra l’aspirazione al successo e la voglia di famiglia, tra avventure fugaci e speranza di un grande amore, sono le ultime donnine di spettacolo additate ed emarginate dai benpensanti, oggetto di effimero piacere, non degne di rispetto e di giustizia. Il racconto leggero e lucido di Elena, filtra la memoria nebbiosa e selettiva dell’infanzia, rimane il distillato dei profumi, quelli stessi che nella passerella finale facevano sognare i giovani dei primi anni cinquanta.

Info: redazione@giuseppelaterza.it