venerdì 5 settembre 2008

Periferie a cura di Stefania Scateni

“La finestra sul cortile è nata per gioco. Gioco letterario elementare, come un compito di scuola: - Descrivi cosa vedi dalla tua finestra -. Volevo che a rispondere fossero gli scrittori italiani accusati a più riprese di non essere in grado di raccontare la realtà”. Così Stefania Scateni, esponeva la sua progettualità editoriale nel libro da lei curato e prodotto da Quiritta nel maggio 2005 dal titolo “Le finestre sul cortile”. Un lavoro interessante, senza ombra di dubbio, a nostro avviso con molta più sostanza di un semplice gioco letterario. Ora la Scateni ci riprova, con “Periferie” edito da Laterza nella collana CONTROMANO. Un lavoro quest’ultimo che rivela più aderenza a quelle che sono le categorie proprie di un’antropologia letteraria. Il gioco questa volta si fa serio. Ebbene, la sostanza dell’intero percorso seguito dai diversi autori e dai numerosi artisti e fotografi che hanno con-partecipato all’iniziativa, è un sostanziale desiderio di base nel voler sottrarre l’immagine della periferia come luogo urbano-architettonico monoliticamente grigio e inespressivo e umanamente mostruoso, popolato da figure di reietti, fessi, disadattati, immigrati clandestini, mignotte, e responsabile di una superproduzione di atti da bullismo che si riversano dalle scuole alla strada, luogo dove financo l’umanità dei servizi sociali o del volontariato della diocesi di turno, si sente sconfitta non perché gli manchi la forza per reagire a una situazione di degrado, ma perché l’orizzonte dell’esistenza si tinge di contorni sempre più evanescenti. In fondo l'emarginazione delle periferie è un fenomeno metropolitano riscontrabile in tutte le grandi città del mondo: dalle Favelas di RIO, alle bidonville di Manila, Shangay o alle periferie dormitorio di Parigi, Berlino, Roma, Milano. Sono espressioni tangibili di un sistema socio-economico-politico che vuole imporre la Differenza nella sua espressione istituzionale più palesemente visibile del Controllo e del Dominio. Fenomeni che hanno ad ogni modo la stessa origine: le macroscopiche disparità sociali tra una moltitudine sempre più ampia di poveri esclusi dal consumismo che penetra nelle menti tramite l’instillo quasi lubrico dei desideri provenienti dal mondo della pubblicità mediatica e una minoranza sempre più ristretta di ricchi che del consumismo materialistico da griffe ad ogni costo hanno fatto la forma di esistenza a loro più consona. Le macchine che sono bruciate nelle periferie di Parigi hanno riportato in primo piano, e non solo sulle prime pagine dei giornali, il disagio sociale, la paura, l'insicurezza, la diffidenza che ritroviamo nell’intra/relazionalità all’interno delle periferie delle nostre grandi città. Molti non sono in grado di comprendere quale bomba sociale si sta nascondendo dietro lo spettro dell'emarginazione. Non è possibile più girarsi dall'altra parte facendo finta di non vedere, e accettare che una minoranza, ben istruita ed economicamente benestante punti il dito contro quella gente delle periferie che è rimasta ai margini perché non in grado di essere competitiva in una società che è sempre più a scartamento ridotto. In Periferie, gran parte di quello che si legge e iconograficamente si osserva, fa riflettere e questo è già un ottimo punto di partenza per un libro, in un momento in cui il libro ormai da tempo non espone la sua certificazione di origine controllata. L’intreccio costruito sapientemente da Stefania Scateni, coordinando il lavoro di tutti gli scrittori e gli artisti, è davvero magistrale, soprattutto perché il narrare si fa vedere e vivere anche attraverso l’attualità creazionale di Annalisa Sonzogni, il Gruppo Underworld, Andrea Chiesi, Laura Palmieri, il duo Botto e Bruno, e Alessandro Piva. Un libro che al di là di tutto si fa apprezzare, si lascia assorbire e metabolizzare, tanto che ne nasce una sottile gioia, quasi che il messaggio alla fine arriva in tutta la sua forza dirompente: la/le periferie sia intese come siti urbanisticamente individuabili sia come geografie del vivente-essente, rappresentano un crogiuolo di energia e libertà fantasmagorica impressionante. Si può e si deve ripartire dalle periferie, anzi, come dice il Gruppo Underworld, occorre pensare ad una Periferia Totale, che azzeri le differenza discriminanti e favorisca lo scambio, il rispetto reciproco, la dimensione della pulsionalità attiva nella creazione artistico-scritturale che si riversi poi come cascata sul sociale come azione di riscatto, progresso, e riumanizzazione. Un’umanità che, seppur tangenziale rispetto al centro, rivela un’infra-lingua etica più densa, viva e rigenerante. In Bari. Dieci anni scrive Nicola Lagioia: “ (…) Il derubato poteva esercitare un vero diritto di prelazione sull’oggetto del furto. Avrebbe potuto, in definitiva, riscattare il motorino entro due giorni dalla sua scomparsa. Lo Sghigno ti fregava la vespa, avevo detto a mia sorella. Tu bestemmiavi, lo maledicevi, promettevi di fargli sputare sangue. Poi, nel pomeriggio, cercavi in qualche modo di racimolare due o trecentomila lire. Ti facevi accompagnare da un amico in una zona semideserta vicino Torre a Mare. Qui, al posto di quello che un tempo doveva essere stato un campo di carciofi, c’era una piccola officina. Era il quartier generale dello Sghigno. Lo trovavi che stava lavorando su un cilindro, o stava fumando, o si stava masturbando davanti ad un giornalino pornografico. Lo Sghigno ti vedeva. Diceva «Eh?». Tu presentavi le tue generalità: eri il proprietario della Vespa rossa che lui si era fregato il giorno prima. Lo Sghigno agitava nervosamente le mani nel vuoto come per dire un – attimo – e scompariva per qualche minuto. Tornava con la tua Vespa rossa, che naturalmente non era più la tua Vespa rossa. Lo Sghigno ci aveva messo mano. Aveva allargato il collettore, sostituita la marmitta, montato il 102, piombato le coppe e riverniciato la carrozzeria tutta di blu. Tu gli dicevi – bene -. Pensavi – grazie -. Lasciavi i soldi da qualche parte e ritornavi con un bolide da 120/km orari capace di bruciare in curva, in rettilineo e persino su una ruota qualunque ridicolo Red Rose della Aprilia.”. (pp.97, 98). Allora buona lettura e soprattutto cambiate il vostro punto di vista: le periferie di Milano, Napoli, Bologna, Roma, Torino e Bari hanno ancora molto da raccontare. Gianni Biondillo, Giuseppe Montesano, Emidio Clementi, Beppe Sebaste, Silvio Bernelli, Nicola Lagioia, lo hanno fatto in maniera esemplare.

(AA.VV, Periferie, a cura di Stefania Scateni, Laterza editori, collana Contromano, pp.118)

recensione di Stefano Donno

da www.musicaos.wordpress.com diretto da Luciano Pagano
e da www.stefanodonno.blogspot.com

giovedì 4 settembre 2008

Due inediti di Caterina Stasi


La raccolta (Cunicoli di vento, Besa editrice) proposta all’attenzione dei lettori rappresenta lo sforzo di sfiorare il magma che smuove la mente, il corpo e i sentimenti umani. Cardine dell’opera è il desiderio, che assume diverse direzioni sfociando nel medesimo mare, sempre agitato, dove l’immobilità non esiste.
Cupi, torbidi, limacciosi, i versi si alternano a parole acquose e cristalline; è difficile descrivere l’efficacia e la riuscita di queste poesie in quanto esse stesse si propongono di descrivere l’efficacia e la riuscita di un impegno costante

CATERINA STASI è nata a Gallipoli nel 1981 e ora vive a Siena. Questa è la sua prima raccolta poetica.




Suonata a quattr'occhi



Che una sigaretta
davvero!
A farci vivere l'intimità degli estranei
tu pensa, noi!
Eppure!
Ponte di fumo
riavvicina
le teste
dove gli occhi
si riguardano
le voci
dove parole
civettano.

Era un'unità quando l'hai spezzata
a tuo modo
il tuo accendino trema
riconoscendomi.

Grazie
dell'astio che non riesci
Di niente
rispetto a quello che siamo stati
Come stai in fondo al respiro?
E tu che donna sei diventata?
Vorrei il dolce
che le tue ciglia sapevano
Io un bicchiere
per diluire la tua assenza

Allora prima di ritrovarci andiamo
- allora ciao -
mi ha fatto piacere ...averti ...
rivederti
e ti auguro,
anche a me anch'io,
in questo ruolo non possiamo abbracciarci
allora l'addio ti protegga
ciao



FINE







Dipinto


Certe stanchezze blu come questo mare e più infinite ancora.


Vibrano
nonostante la musica,
in cerca di solitudine,
di una passeggiata a occhi bassi,
di deserti.

Sulle tracce di una fuga,
come sempre.
Quelle porte a scomparsa nel muro
quei viaggi in un libro
quei silenzi.


Certe stanchezze rosse come il mal di testa e più profonde ancora,


non si spiegano
per troppe parole
troppi colori a ferire
di uno sdegno incontenibile.
Le vedo afferrare il mondo, schiaffeggiarlo.


Stanchezze viola e più glaciali ancora,


colano dai muri
dal quadro assente e intriso
di quel che non sa dire


Stanchezze nere


riempiono chiudono.
l'abisso raggiungono la finestra e la

mercoledì 3 settembre 2008

Il linguaggio delle Pietre: attività vibrazionale coerente nelle cellule goedetiche megalitiche. A cura di Marisa Grande


I monumenti megalitici hanno assolto nel Salento quel compito risanatore dell’attività vibrazionale della terra che fu anche degli henges dell’area euro-asiatica, delle piramidi in Egitto, delle ziqqurat in Mesopotamia e delle piramidi meso-americane.
L’organizzazione megalitica salentina descriveva sul territorio un modello a “tela di ragno”, quale riflesso della calotta celeste, la mitica “tela cosmica” nel cui centro si riteneva risiedesse la Grande Ragno, la dea tessitrice dell’Universo e detentrice del filo che intesseva il destino degli uomini e di tutto il cosmo. Le “cellule megalitiche” salentine erano composte da grandi specchie centrali, collocate sulle brevi alture delle Serre, e da raggiere di menhir elevati con un passo costante ritmato da precisi riferimenti astronomici. Le specchie erano cumuli di pietre che richiamavano simbolicamente il grembo fecondo della Madre Terra, nel cui interno scorrevano le sue acque primeve in forma di fiumi sotterranei. Esse costituivano i “nodi cosmogonici” e i “poli cosmologici” della cellula geodetica “a tela di ragno”, composta da quel sistema megalitico “centripeto, centrifugo e concentrico” che riproduceva sulla terra la medesima forma-onda di energia in espansione scaturente da un centro astrale di riferimento. Le specchie vibravano o franavano lungo le loro stesse pendici nel momento del passaggio turbolento delle acque ipogee, che trasportavano per mezzo dei sali ionici disciolti flussi di elettromagnetismo che, in particolari fasi della vita della terra, si manifestavano a carattere distruttivo. Fungendo da veri e propri sismografi litici ante litteram, le specchie, che riecheggiavano all’esterno l’attività vibrazionale interna della terra, captando ed espandendo nell’area della cellula geodetica megalitica i flussi di elettromagnetismo circolante “allo stato caotico” nel sottosuolo, permettevano ai geomanti-sacerdoti-astronomi, che già auscultavano il “cuore pulsante” del pianeta dall’interno delle sue cavità carsiche, di monitorare lo stato di salute del territorio. Il materiale impiegato per elevare i monumenti megalitici salentini -calcare locale, se pur non specifico come il quarzo di Newgrange, le pietre blu e le pietre sarsen di Stonehenge, o i graniti delle piramidi egizie- doveva avere comunque caratteristiche di “buon conduttore”, poiché i menhir, monoliti infissi nel terreno come gli aghi dell’agopuntura, avevano la funzione risanatrice propria dei “catalizzatori” e dei “trasformatori” dell’elettromagnetismo caotico in “onde di flusso coerente” per riequilibrare lo stato dei campi magnetici sotterranei ed aerei, salvaguardando, con la loro funzionalità, la stabilità del territorio della cellula geodetica megalitica di loro pertinenza.


MARISA GRANDE ha pubblicato per Besa
L'ORIZZONTE CULTURALE DEL MEGALITISMO

Journiac par Catherine Millet vs Catherine Millet e la sua opera




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Una donna libera racconta, con chiarezza, la sua vita sessuale, dall'adolescenza in poi. Una vita fatta di promiscuità, di sesso di gruppo, di incontri con uomini senza nome e senza volto, nei luoghi più impensati: nei club privati del Bois de Boulogne, nel retro di un furgone o sul bordo di un'autostrada... Perché Catherine M. ha bisogno del sesso come di mangiare e respirare: spregiudicata e sicura di sé, si sottomette solo alla ricerca del piacere più puro, offrendosi completamente e usando il proprio corpo senza inibizioni o moralismi.

La vita sessuale di Catherine M., Mondadori 2001

lunedì 1 settembre 2008

Giovanna Vizzari vista da Nunzio Festa


Se in un corpo d’uomo vive una donna. Ma anche il contrario. Giovanna Vizzari, nota poetessa e scrittrice nata a Piombino, discepola di Betocchi e Luzi, autrice di opere ampiamente riconosciute come Le lunghe ombre dei campi e Un Letto per Penelope, col romanzo Eva contro Adamo affronta un tema che oggi fa ancora tanto discutere e riflettere. “Sin dalle umane origini il rapporto tra portatori di sesso opposto si è rivelato tanto complementare quanto contrassegnato da un antagonismo che, nelle sue mille sfaccettature più o meno evidenti, più o meno sostanziali ha scritto, nella storia dell’umanità, pagine di straordinaria ricchezza e varietà: memorabili commedie o drammi in un perenne susseguirsi che, ancora ai nostri giorni, non vede la sua fine. Di gran lunga si aggrava questa compatibilità, spesso paradossalmente incompatibile, quando i medesimi conflitti vengono a trovarsi nel medesimo individuo; quando in un corpo d’uomo abitano una mente ed una psicologia femminili, e viceversa. Questo il tema che ha voluto affrontare Giovanna Vizzari nella sua più recente opera in prosa: racconta infatti con coraggio, senza falsi pudori e con impeccabile competenza, ‘una storia d’identità di genere’ che ha come protagonista l’opposizione tra il maschile e il femminile nella sua manifestazione più estrema, quella della transessualità”.
Infatti spiega la curatrice del volume Antolisei.
Protagonista della storia è Simone. Simona. Creatura che vuole esser donna ma in fattezze d’uomo. E la sua famiglia non sa capire. La società da invece solamente falsa comprensione. Eppure, oltre quanto in tutto questo, ci sono alcune amicizie. Il percorso di Simone – Simona è dunque caratterizzato da momenti durissimi, in una Capitale fatta vedere con mille occhi. Dove allora il dramma del personaggio centrale delle vicende non è che un soggetto rappresentativo di tante altre vite. Fino all’ospedale, che darà la risposta tanto attesa.
La transessualità, va specificato, grazie a questo romanzo, è presentata quale normalità considerata generalmente anormale. Giovanna Vizzari con la sua scrittura permette a tante e tanti, magari a tutte e tutti – persino - , di affrontare una tematica presa normalmente di mira. Con la grazi stilistica che le è propria, poi, la scrittrice d’origini toscane da uno strumento in più per sghignazzare di fronte ai volti tristi degli ignoranti.

Eva contro Adamo. Una storia d'identità di genere, a cura di Anna Antolisei (LietoColle)

domenica 31 agosto 2008

Il Paese dei Balocchi di Maria Zimotti

MICHELE:

Internet è il paese dei balocchi.
E' come l'arte, come i sogni: si può tirare fuori il peggio di sé senza fare del male a nessuno.
Io esisto.
Mi vedo riflesso nello specchio in pixel.
Ci sono io con le mie gioie quotidiane e con tutta quell'altra parte di me che è pura essenza e può essere ciò che vuole.
Tanto io torno lo stesso al mattino a bermi il mio cappuccino al bar.
Ne sento il sapore languido e il rumore della macchina del caffè del bar è un suono rassicurante.
Realtà.
La realtà è sempre riportata alla coscienza dai sensi.
Il sibilo della macchina del caffè espresso mi fa svegliare.
E la misuro la realtà.
Le sensazioni hanno una fine, misurate dalla mia pelle, dalle mie mani, dai miei vesiti.
Solo nella Rete si dilatano le sensazioni.
Le notizie sono reiterate nel tempo e nello spazio e gli avvenimenti sembra che succedano sempre in qualsiasi momento.
Ma in qualsiasi momento si può spegnere tutto e ritornare a bere il caffè.
Come ho fatto questa mattina.
Tutto è successo nella realtà virtuale.
Ne ho solo un vago ricordo, come di un film visto a tarda notte nel dormiveglia.


RITA:

La bambina non cammina più per il mondo.
Non si può più muovere.
E' china e soffoca.
Soffoca non perchè le stringano la gola o l'abbiano coperta con qualcosa.
Soffoca perchè questo è il suo destino di donna.
Lei voleva essere libera, libera di fare tutto ma adesso è china qui, in terra straniera bloccata dall'angoscia del senso della fine.
E' successo tutto perchè ad un certo punto il suo corpo la chiamava in quell'orgia.
Sembravano tutti preda di un'allucinazione.
Non sentivano niente con i loro sensi ma solo le allucinazioni li guidavano.
Invece il corpo di Rita aveva cominciato a sentire.
Aveva cominciato a sentire le bestie rabbiose che stavano dentro quei corpi innocenti che da sé non avrebbero mai potuto fare del male.
E il suo corpo si ribellava ma era troppo tardi.


MICHELE:

Che cosa volevo?
Volevo solo sentire, sentire veramente.
La noia, non la sento più ora.
Mi sento spossato e sudato, come quando da bambino mi sedevo sulla terrazza davanti al mare in uno di quei pomeriggi di fine estate.
Lo scirocco nella luce che calava era esausto come le mie giovani gambe sbucciate dalle partite di pallone nella polvere.
Io sento ora il sapore di questo cappuccino come sentivo allora il refrigerio di acqua e limone sulla mia lingua arsa.
Penso a mio padre che mi ha chiamato stamattina e volevo piangere.
Ma io non sono più quel bambino.
Lo ero fino a ieri, fino a quando ho voluto fare quel gioco, quel gioco...
Ma non era vero, non era vero finchè non ho sentito lo scatto dell'elastico del suo reggiseno rotto.


RITA:

Il sesso è conoscenza.
Rita l'aveva sempre pensato questo.
Tutto ciò che è successo è stato l'evoluzione di quella bambina che voleva conoscere il mondo e la vita.
Il mondo, la vita: quante volte queste due parole hanno lo stesso significato.
Il mondo è brutto, la vita mi ha tradito.
Questo pensiero accompagnava la fine di Rita nella stanza dove tante volte aveva navigato nel paese dei balocchi, nella babele, nel melting pot.
In Internet c'è il mondo e c'è la vita.
Il mondo grandissimo che mai si potrà visitare tutto nella vita e il senso della vita cioè l'ossessione sessuale sono lì a portata di mouse.
Ma sono piaceri superficiali come i passi a mezz'aria che spesso popolano i sogni.


MICHELE:

E' così, è così, cercavamo solo di reificare la sessualità surreale del mondo virtuale, quella dove
si gioca con le bambole in carne ed ossa.
Lei non poteva sentire male, era finta e quindi potevamo osare.
Le immagini oniriche erano risvegliate dal crack.
Eravamo nel gorgo.
Era venuto fuori anche quel sogno della mannaia.
Io l'ho fatto una volta e mi ero svegliato sudato.
Si poteva fare, per finta si poteva fare.
Ma la bambola aveva cominciato a piangere.
A piangere, invece doveva divincolarsi al massimo.
Non piangere.
Mi stavo svegliando ma gli altri no e lei ora non c'è più.

QUELLO CHE RESTA:

Il campo di battaglia è la stanza incasinata.
La furia si è scatenata qui, si sente.
Un piede spunta fuori dalla coperta, come in un film horror, come nei tanti CSI con corpi inermi mostrati oscenamente e conditi di commenti asettici di maghi della scientifica.
La vittima sacrificale dell'esaltazione dei sensi ha placato tutte le insoddisfazioni che si sono cortocircuitate in questa stanza.
I suoi occhi chiusi sul suo pudore di bambina si riapriranno infinite volte nel circuito mediatico e sempre sembrera di vederla rialzarsi, sdraiarsi con tutta la sua giovinezza sul lettino spartano di una stanza di studentessa fuorisede .
Corpo vivo che si rilassa senza malizia, con la pienezza di stare nel mondo con libertà di movimenti.
La realtà ha l'odore del caos.
Nel silenzio c'è il ticchettio di una sveglia.
Dopotutto questa è una delle tante case della provincia italiana.
Gli ameni paesini dai tetti rossi che punteggiano la spina dorsale dell'Italia, quell'Appennino che sembra presepe dai viadotti dell'Autostrada del Sole.
L'orologio è una vecchia sveglia lasciata qui forse da una vecchietta che vi abitava e che ha affittato la casa a questi studenti, che se avesse saputo...
C'è in tutte le case italiane, ne ho viste dappertutto di uguali.
C'è disegnata sopra una gallina che muove ritmicamente la testa battendo i secondi.
E' la realtà, il tempo che torna normale.
E' come se fosse passato un uragano, ha sconvolto tutto e ora c'è la quiete.
Ci sono i detriti abbandonati.
Tra questi il corpo di una ragazza vinto dai demoni di esseri umani allevati dai videogiochi.

sabato 30 agosto 2008

Due inediti di Annamaria Ferramosca


Nonostante le matte capriole sull’erba
il battesimo di malva sui fianchi
questa vita non si lascia conquistare -dici-
questa cieca primavera
di spietato splendore non la prendo

hai tutte le ragioni, sei
creatura sacrificale ad un sole segreto
sebbene tu a cavallo dei raggi, al galoppo

un attimo basterebbe, chiarissimo
almeno un bagliore
con te sulle mie spalle
a fiorire di luce


***


Mezzogiorno del tuo sonno senza sogni
sazia di vuotonottediscoteca

sapessi come grondano, ora, di silenzio
i muri impiastrati di vapore extatico
illividiti dai lampi dai sussulti
rombo di techno o cuore?

annaspa in aria quel tuo vorrei vorrei…
interminato
ingoiato dal blu psichedelico
ti svegli e non sai più ricomporne le ali
potessi io afferrarle, vorrei vorrei
salvarle per il tuo domani



2 INEDITI DEPOSITATI , LETTI AL MAGGIO SERMONETANO 2008

venerdì 29 agosto 2008

Eva (diario dall'Eden) e 8 marzo 2003 di Annamaria Ferramosca


















Eva
(diario dall’Eden )


Alba. Mi sveglia
un’inquietudine lucida: solito
letto di fiori, solito
traboccante profumo
Nausea. Questa luce imperiosa
che mi ama in ogni millimetro, eterna
Mi vedo deforme
in questa veste deiforme, perfetta

Ho sognato, stanotte
profezie di dolore: vagavo
lupa in cattività, nel Giardino
sontuoso, immutabile
Non resisto. Allo zenit fuggo
decisa, sotto l’ombra del melo

Scelgo. Il dolore che libera
la finitezza del tempo
Addento
la polpa sapida e bassa
che mi abbassa
fino alla terra scarlatta, all’essenza
dell’humus, sangue della nascita

Notte. Adamo
oh mio capitano
non puoi che seguirmi
seguire il vaso intuitivo
di femmina, il tuo femminile
cavità del tuo desiderio
pienezza della mia costruzione

Benedico quel frutto
E’ valso soffrire se il grido
mentre offro mio figlio alla terra
il mio grido, il suo grido
è sublime

Germogliano intanto
i semi di mela che avevo sputato
Intorno
ho un ardente meleto





8 Marzo 2003
a chi mi chiede se ci sarà guerra


Accolgo la tua pena, la stratifico
sulla mia luna stupefatta
su questi piccoli soli di mimosa in eclisse
anch’io coperta d’ombra, incredula
per questo terrore antico
per questa balbuzie di preliminari
Il gioco non ha regole - non si gioca col fuoco -
è gioco che traccia la storia - come dicono -
ineluttabile
( Forse. Le tracce insondabili, scarlatte )

Resto nella caverna dove mi sospingono
tigre accucciata, strega carezzevole
Tra le gambe stringo il mistero traslucido
el amor brujo, l’uovo da proteggere
Non smetto
il mio canto sommesso che dissuade
paziente, sotto
l’impazienza del cielo





da Curve di livello di Annamaria Ferramosca
Marsilio, collana Elleffe, 2006

giovedì 28 agosto 2008

Caterina Gerardi parla di donne e carcere


Da tempo desideravo entrare nel carcere di Lecce e conoscere da vicino un’altra parte della mia città. Chi conosce i miei lavori fotografici sa che la mia attenzione è stata rivolta sempre alle cose “diverse”, a ciò che è in ombra, che non si vede o che non si vuole vedere. Riguardo alla città, già nell ’89 avevo pubblicato “Senza Cornice”, un’analisi fotografica sui pornograffiti reperiti nelle masserie e case abbandonate della periferia urbana; ho raccontato, quindi, non la mia città, quella che fa spettacolo di sé, ma quella che rimane in ombra, ma che vive e respira in periferia.
Nel ’98 ho pubblicato “La Città Ultima”, l’altra città, la città dei morti. Oggi, con il film “nella Casa di Borgo San Nicola”, e questa volta non da sola, ma con Sandra e Rosamaria, indago un altro luogo, il carcere, una città nella città, un mondo sconosciuto, invisibile e, all’interno di questo mondo, ho fatto la scelta di analizzare la reclusione femminile, ancora più invisibile per una serie di ragioni, tante e complesse. Qui, però, voglio indicare una di queste ragioni, che a mio parere, ci aiuta a capire perché quando si parla di detenzione spesso si ignora la componente femminile, e spiega anche perché all’interno della struttura carceraria, si accentuano e si aggravano quei fenomeni di emarginazione e di discriminazione cui sono soggette le donne anche nella società esterna. Sembra paradossale, ma la difficoltà principale sta, pensate un po’, nell’esiguo numero di donne in carcere e nella loro dispersione in tante piccole sezioni femminili ospitate all’interno di carceri maschili (63 in Italia) e in pochi istituti esclusivamente femminili (solo 5). In Italia, il tasso di carcerazione femminile è attestato da anni tra il 4 e il 5%. Al 31 dicembre 2007, su 48.693 persone detenute, solo 2.175 erano donne. Ora, questo dato, anziché rendere più affrontabile il problema, lo complica, in quanto le poche risorse esistenti vengono convogliate verso la massa più numerosa dei maschi, e quindi l’offerta di operatori, corsi professionali, attività trattamentali, ecc., diventa scarsissima.
Inoltre, la totale mancanza di politiche di genere che affrontino i bisogni specifici delle donne, rende la detenzione femminile ancora più tragica e devastante di quella dei maschi.
Tutto questo fa pensare che sia giunto il tempo di ricercare misure alternative alla detenzione perché, come dicono alcune intervistate “il carcere non è per le donne”, e con questa affermazione non intendono scansare le proprie responsabilità, anzi, loro riconoscono di aver commesso il reato e che la pena va scontata, ma sono le modalità che devono cambiare. Sul territorio nazionale vi sono già esempi significativi di misure alternative alla detenzione. Nell’agosto del ’96 c’è stata la trasformazione della Casa Circondariale di Empoli in Custodia “Attenuata”, per tossicodipendenti e non, dove ogni donna ha un progetto individuale che la porterà ad un vero inserimento sociale. Nel 2006 la Provincia di Milano in accordo col Comune ha fornito una struttura per avviare un esperimento unico in Italia finora: una casa di Custodia “Attenuata”, in cui le detenute e i loro bambini piccoli possano ricreare un’atmosfera quanto più vicina alla vita quotidiana di una famiglia non costretta in carcere, che non condizioni lo sviluppo dei bambini. Per concludere, nel film si raccontano non solo le storie, bensì i percorsi istituzionali, le norme che regolano la detenzione per fornire uno spunto di riflessione sulla pena detentiva, in primo luogo per le donne, e poi, a partire da loro, anche per gli uomini.


donnecarcere.blogspot.com
www.caterinagerardi.eu

mercoledì 27 agosto 2008

Tutte le mura son vinte dal fuoco... di Antonella Montagna


Tutte le mura son vinte dal fuoco
bruna pietra ceduta alla fiamma
rotola libera dalla collina
scende, libera scende
per la stessa strada che l’ha vista salire.

Adagio rassetta i cassetti
la mente,
ripone abiti sparsi,
raccoglie calzini puzzolenti,
rassetta, spolvera.
Pulisce.

Tutte le mura son vinte dal fuoco
in libertà rotolare,
spazio d’essere bruciare
su ali di controra
nella fiamma, brune pietre.

martedì 26 agosto 2008

Patrizia Caffiero vista da Luciano Pagano

Patrizia Caffiero, leccese di origine, vive e lavora in Emilia. Il suo “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è uscito di recente da Miraviglia Editore (Reggio Emilia), l’autrice è presente nell’antologia “Quote rosa”, dell’editore Fernandel. Il testo è una via di mezzo tra un resoconto narrato e un diario. Se lo leggiamo come diario la vicenda è individuata tra il settembre del 2003 e il giugno del 2004, ma ciò costituirebbe la riduzione di un lavoro che è molto di più. Le storie raccontate in questo libro si collocano in una zona che potrebbe essere definita di “limbo”. Tanto per cominciare la loro protagonista è una maestra non di ruolo (educatrice non qualificata) che svolge le sue mansioni con bambini negli orari che precedono e che seguono le lezioni, alcuni dei bambini in questione sono bambini difficili. Già questo sarebbe sufficiente per spalancare le porte di riflessioni infinite, dalla condizione degli insegnanti, molto spesso costretti a fronteggiare situazioni al di sopra dei loro mezzi, dei modi e dei tempi che vengono forniti, specie se si pensa che l’età dei bambini con cui hanno a che fare è quella che segue di poco l’infanzia e ogni avvenimento viene in essa amplificato. I media parlano sempre più spesso del mondo dei bambini, purtroppo quando questo mondo è scosso da eventi gravi, solitamente prodotti dal mondo degli adulti. Di recente la fascia d’età dell’infanzia si è ancora più ristretta, sono all’ordine del giorno le notizie riguardanti gang di “bulletti” come vengono spesso definiti dai giornalisti televisivi. Il fatto è che si parla in questi eventi di ragazzi che hanno tra gli 11 e i 13 anni, il che fa molto pensare sulle condizioni dell’ambiente in cui questi ragazzi sono stati costretti a crescere. Le vicende di cui parliamo si sono svolte invece in istituti di istruzione elementare. È ovvio quindi che l’istituzione scolastica viene chiamata ad assumersi un ruolo, oltre che formatore e educatore, anche di salvaguardia della crescita del bambino. Lo sa bene Patrizia Caffiero, costretta a fare i conti e con i ragazzi e con i professori a volte risucchiati essi stessi nella precarietà del loro lavoro alla quale si accompagna una instabile situazione emotiva. Capita che gli insegnanti descritti in questo bel libro a volte dimentichino di stare svolgendo un ruolo importantissimo, dato che hanno a che fare con il futuro del nostro paese, per dare sfogo a ansie e frustrazioni. Allo stesso modo non mancano veri e propri esempi (questi si spera non frutto di finzione) di insegnanti più consapevoli dell’altro bambino che hanno di fronte. La protagonista del libro cerca di fare tutto il possibile per dimostrare che è possibile fare scuola in modo differente e con gli stessi strumenti di partenza, a partire dalle possibilità che la fantasia offre, ancora oggi, per il riscatto dei bambini, anche dopo che questi sono stati letteralmente ‘bollati’ dagli stessi insegnanti. “Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te” è un libro che a mio parere dovrebbero leggere tutti, non soltanto chi fa l’insegnante o chi ha dei figli, per un motivo semplice, il mondo dell’istruzione negli ultimi venti anni ha subito un cambiamento radicale, tra riforme del sistema formativo, cambiamenti che hanno anche investito il sistema della formazione dei futuri docenti. Chi crede che alla fine i bambini non siano il termine unico si sbaglia, dato che tutto in realtà è studiato per dare un’istruzione ’superiore’. I bambini guardano il mondo in modo diverso dal nostro, filtrandolo grazie alle informazioni che abbiamo dato loro, e soprattutto con le informazioni che loro stessi hanno reperito se i maestri si sono dimostrati carenti. I bambini hanno il diritto di odiare e chiudersi in se stessi, e ciò diviene dimostrazione della nostra incapacità di comprenderli. Patrizia Caffiero ha uno sguardo attentissimo a cogliere le sfumature di un’età nella quale i bambini si affezionano facilmente e con la stessa facilità possono provare delusioni e sconforti. Questo libro è interessante anche perché cattura la dimensione della scuola come laboratorio delle differenze culturali per bambini che provengono da diversi paese e vivono mondi diversi l’uno dagli altri. Ne suggerisco la lettura perché questo testo ha la capacità di generare interrogativi, e questo già sarebbe un grande merito, a ciò si aggiunga che il libro è scritto con un’ottima cura per descrizioni e dialoghi, come in un documentario in presa diretta, insieme a racconti che ci forniscono il contesto di ciò che accade. Un testo che esula da un cliché cui ci vogliono abituare certe operazioni editoriali dove la scuola viene confusa spesso o solo con una palestra per piccoli umoristi e professori satireschi.

Guarda che prima o poi Dio si stancherà di te.

Alunni e studenti di scuole bolognesi raccontati da un’educatrice,
Patrizia Caffiero, Miraviglia editore, perunalira, 2007, €18

fonte www.musicaos.wordpress.com diretto da Luciano Pagano

lunedì 25 agosto 2008

La nano-metafisica di Antonella Montagna

La nanometafisica è una voce postmoderna che urla o sussurra metafisica, la modalità non ha importanza. Per metafisica si intende il pensiero/sentire puntato verso quell’altrove/altro, quel nessuno/nonluogo, che percorre tutto il paradigma liberante a partire dalla scuola eleatica in Occidente e, in Oriente, dalla formulazione upanishadica. Se il dettato è sempre uguale (la libertà dalla necessità per chiunque), la sua voce cambia ovviamente con il mutare dei paradigmi. La nanometafisica (conosciuta anche sotto lo slogan ‘metafisica al popolo’) è lietamente debitrice al postmoderno per i suoi doni liberanti: l’emancipazione dalle ideologie fisse e dalle gabbie concettuali, l’apporto svincolante del pensiero debole, l’ampiezza dilatante delle contaminazioni culturali, il relativismo dei linguaggi e il meticciato espressivo, e quel recupero dell’antico a favore della fruizione moderna che in ambito fenomenico si manifesta come vintage. La coscienza del relativismo ideologico è infatti uno dei frutti più succulenti della globalizzazione, non certo fenomeno moderno ma che ha i suoi prodromi nei più antichi scambi di popoli e di culture, purtroppo generalmente finalizzati alla sopraffazione e allo sfruttamento. Il relativismo postmoderno, bestia nera dei dogmatismi, non è imperialista ma curioso dei molteplici approdi alla conoscenza. Offre la libertà di attingere ad acque diverse, di riformulare a piacere, di vivere spudoratamente il proprio sentire e di chiamarlo, come invitano a fare le psicologie transpersonali californiane, la ‘mia verità’. È un relativismo non conflittuale, finalizzato invece a un esito vincitore-vincitore (le due parti) o meglio ancora vincitore-vincitore-vincitore (dove il terzo vincitore è l’ambiente naturale e umano). Un pensiero debole applicato alla verità ci può finalmente salvare dalle guerre per la verità e metterci nell’ottica che la tua verità può avere delle cosette che eccitano la mia verità, la quale può avere delle cosucce che eccitano la tua. Nella consapevolezza, di matrice squisitamente nanometafisica, che il punto finale/iniziale è la libertà dall’invischiamento in qualsivoglia verità, le quali vengono tutte accolte e percepite come stimolante materiale di meticciato culturale e relativismo ideologico. La nanometafisica è il calderone delle streghe in cui vengono mescolati infiniti elementi, non ultimi gli elementi dell’ego, per ricavarne l’acqua di vita, l’elisir dell’eterna giovinezza, il brodo filosofico o comunque vogliate postmodernamente chiamarlo. Non si arroga quindi di avere significato, ma prospera sulla pluralità dei significanti. La molteplicità dei significanti, e delle voci che vi corrispondono, fa della nanometafisica una riproposizione del tema, kantiano e non solo, dell’inconoscibilità del noumeno, inconoscibilità che non ne impedisce la fruibilità, per definizione sfaccettata perché attinente alla cultura e all’individuo, non all’ens profondo a cui culture e individui si abbeverano in quanto fenomeni. Di qui il prefisso nano-, opposto al mega- e all’iper- dei paradigmi/sistemi non aggreganti, ma conglobanti.

sabato 23 agosto 2008

Ma tu ci credi? di Luciana Myriam Mele Osb


Ma tu,
ci credi?

sia questa gioia bambina
che scorazza dovunque
l'unica mia risposta

vera

sia il sorriso
l'unico argomentare
della Sapienza

(da Echi, in Cieli Nuovi Terre Nuove, collana diretta Da Carlo Alberto Augieri e Donato Valli, Milella, 1999)

venerdì 22 agosto 2008

Oltre le gambe c'è di più...












Studentessa e prostituta
Libro choc di un'italiana
Nelle librerie tedesche Fucking Berlin (Ullstein Verlag) il libro di Sonia Rossi studentessa e prostituta part-time

BERLINO — A vedere la foto, sul tabloid BZ, viene in mente Uma Thurman in Pulp Fiction: frangia nera, occhiali scuri da diva. Invece lei si fa chiamare Sonia Rossi, è — dice — nata «in una minuscola isola italiana», ha 25 anni e a Berlino è arrivata per studiare matematica all'università.


Ora, nelle librerie tedesche esce «Fucking Berlin (Ullstein Verlag)» il libro di Sonia Rossi studentessa e prostituta part-time. Papà gestore di un hotel, mamma bibliotecaria, a Berlino Sonia si accorge che «col lavoro da cameriera non sarei mai riuscita a mantenere una certa qualità della vita». Inizia così con gli spogliarelli online, infine il bordello (legali in Germania, alcuni a Berlino «sono specializzati in studentesse», dice Marion Detlefs di Hydra, sindacato delle prostitute). Una «grande famiglia», con le colleghe che a fine turno vanno a prendere i bimbi all'asilo. Sonia non si pente, anche se, all'idea che gli ignari genitori possano leggere il libro, vacilla: «Convincerò il libraio del paese a non venderlo», dice alla Welt.




http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_19/studentessa_prostituta_Germania_Sonia_Rossi_9072a0c8-6db5-11dd-8a0c-00144f02aabc.shtml

giovedì 21 agosto 2008

Vanessa Beecroft intervistata da Red Ronnie









fonte YouTube posted by http://artblog.ilcannocchiale.it/

mercoledì 20 agosto 2008

Di negazione in negazione di Giovanna Frene

Di negazione in negazione si esplica
l'essere così come non era supposto
nella sua primaria comprensione
per approssimazioni sempre più prossime
la cosa si percepisce sempre meno oscura
e pura come prima imposto
quando ormai si è già vissuti nell'errore


(da 70 poesie per Don Mazzi acura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi, Luca Pensa Editore)

martedì 19 agosto 2008

Vengo dal Paradiso di Adriana Maria Leaci

Là dove gli spazi sono ampi e si può volare….
Dove la terra è abbondante e di tutto si può piantare……
Dove nasce una bandiera dai colori della natura
E la gente è fiera anche se non sembra aver molta cura!
Impari i ritmi del samba c la sua poesia
Ti piace il caldo di questo emisfero
Ma temi la fame, la miseria e la tirannia
Ancora ricordi del continente nero.
In tutta libertà cresci voli e canti,
anche se non sei del posto, e ti chiamano “straniero”
vivi senza tanti rimpianti
perché ormai sei un “canarino” vero!

domenica 17 agosto 2008

Raccolto su di sè di Marina Pizzi

Raccolto su di sè, nebbioso
corpo vivo di un qualunque vivo
incontro metropolitano d'ultimo stadio,
trànsito accartocciato tra le mani

(da 70 poesie per Don Mazzi, a cura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi, Luca Pensa Editore)











fonte iconografica www.trastevere.org

sabato 16 agosto 2008

Che fine ha fatto Mr. Y di Scarlett Thomas (Newton Compton, 2008)

Chissà perché quando penso a un libro maledetto, subito mi viene in mente il Necronomicon di H.P. Lovecraft, un’opera che lo scrittore di Providence ha consegnato alla storia della letteratura come gigantesco contenitore di abominii che viaggiano nel tempo e lo spazio per dominare mondi e creature. Ed è l’unica associazione che ho fatto, forse l’unica che poteva saltarmi in mente, leggendo lo splendido libro di Scarlett Thomas edito dalla Newton Compton dal titolo Che fine ha fatto Mr. Y. E lo Spazio-Tempo, le sue dinamiche, il viaggio in universi paralleli, e l’incontro con divinità mostruose (nell’accezione latina di monstrum come ciò che appare straordinario) è il filo conduttore delle vicende che sorreggono la vita narrativa della protagonista Ariel Manto. Giovane ricercatrice della British University, che a seguito della scomparsa del suo mentore, e al crollo di una parte della sua università, viene diretta dal Caso (in questo caso specifico il suo anagramma Caos è molto più pertinente) in un negozio di libri usati dove trova il tassello mancante per una sua ricerca su un autore singolare e misterioso come Lumas: ovvero la sua ultima opera dal titolo per l’appunto Che fine ha fatto Mr. Y. Questo scrittore, la cui vita era stata avvolta più da zone d’ombra che da una fulgida e trasparente esistenza, aveva sviluppato una serie di esperimenti sul potere della mente e su come grazie a singolari e potentissime energie mentali eteriche insite in ciascun individuo umano, ovviamente con il supporto di una particolare mistura la cui ricetta veniva indicata all’interno del grimorio maledetto, il viaggio in dimensioni diverse dalla nostra non solo risultava possibile, ma addirittura con la debita pratica si riusciva a entrare nella mente di altri soggetti sia persone che animali modificandone comportamenti e scelte, ma anche spostarsi (attraverso la Pedesis) nel tempo per modificare la Storia, le Storie. Il mondo in cui tutto ciò è possibile nel libro si chiama Troposfera, e il suo Dio-Guida è Apollo Smintheus, mezzo uomo e mezzo topo, divinità pagana venerata da uno sparuto gruppo di seguaci (più o meno sei persone che a lui hanno dedicato un culto in una piccola cittadina di provincia del nord-america) che orienterà le azioni di Ariel Manto salvandola da agenti psichici dell’Intelligence Americana facenti parte di un progetto segretissimo chiamato Starlight per il controllo delle menti (la Cia ma potrebbe essere tranquillamente l’FBI -ndc), desiderosi di impossessarsi della formula forse per creare, chissà, un super-soldato. I punti di forza che rendono affascinante un personaggio come Ariel Manto è il suo appeal da bella tenebrosa, e sessualmente famelica, con un pizzico d’aria bohemien che non disturba affatto. Le peculiarità che rendono completo, avvincente, godibilissimo questo lavoro, è che con assoluta disinvoltura si parli di Deridda, Einstein, e Heidegger, sviluppando per quest’ultimo l’ipotesi dell’esserci (Dasein) come perfetta gestazione causale di effetti nella realtà da parte del linguaggio, ovvero una vera e propria fenomenologia della liberazione umana, da condizionamenti, imposti al di fuori delle proprie coscienze ed esistenze. Chicca delle chicche, la teorizzazione da parte di una scienziata, una delle protagoniste secondarie dell’opera, con considerazioni scientifiche fatte in maniera davvero puntuale e rigorosa ,della fisica post-strutturalista. Non cedete alla tentazione,dopoaverletto questolibrodi pensare a Matrix… è veramente ètutta un’altra storia! E poi …siamo sicuri che Scarlett Thomas abbia scritto quest’opera come frutto di pura invenzione?

recensione di Stefano Donno

Titolo originale: The End of Mr Y.

Traduzione di Milvia Faccia



Uomo (Così denominato) di Viviane Ciampi

Cesellato
d'acqua
di roccia
e di stupidità
che tu sappia
il pensiero
in te
era necessario?

(da 70 poesie per Don Mazzi a cura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi, Luca Pensa editore)

giovedì 14 agosto 2008

Lungo il cielo di Lucia Bigarello

Ho visto rondini
impazzire
lungo il cielo
tra il campanile e i tetti,
l'aria tersa
dall'ultimo temporale...
i miei occhi guardano
altrove,
soffro il volo
altrui
e ascolto la mia prima estate
con diffidenza.
Se il sole mi accecasse
allora sì
vedrei oltre l'oscurità

(da 70 poesie per Don Mazzi a cura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi)

mercoledì 13 agosto 2008

Ella sorrideva ai marinai di Elena Bono

Ella sorrideva ai marinai,
li attirava alla taverna.
Ma poi di nascosto chiedeva
lunghi racconti di mare,
i grandi venti i gabbiani
le nebbie le isole di corallo
la verde luna oceanica
quando si innalza dai ghiacci.
Poche notti era sola.
In quelle notti pensava il mare
i venti i gabbiani
le grandi nebbie e la luna.
E la luna quando è così sola
così nuda tra i ghiacci
e non la ricopre nessuno


( da 70 poesie per Don Mazzi a cura di Ivano Malcotti e Giovanni Bandi, Luca Pensa editore)

martedì 12 agosto 2008

Desiderio d'acqua di Maria Pia Romano

Sono un libro spaginato/
che fa l'amore con le conchiglie/
nell'alba di sabbia umida/

il respiro liquido di carta al sale/
s'intinge tremulo nell'inchiostro blu/
a fermare il sapore delle distanze/

un osso di seppia sorridente/
tiene il segno alle incisioni d' amore/
sul ventre sciolto aperto ai sogni/

lunedì 11 agosto 2008

Ani DiFranco e il suo self evident

fa' conto che qualche anonimo desiderio
si sia rifatto vivo laggiù troppo in fretta
e che sia amore o soltanto questo ballo
solo un sì potrebbe soddisfarlo



Ani DiFranco
self evident (Minimum Fax)
trad. Martina Testa

domenica 10 agosto 2008

Ad alcuni piace la poesia di Wislawa Szymborska

Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.




La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano



Wislawa Szymborska premio nobel 1996 (I miti poesia, Mondadori, 1998)

giovedì 7 agosto 2008

Eva di Irene Leo

Eva

E' Spillato alle labbra, il rosso del sole
acceso, che sporca la luce bianca dell'occhio,
appesa, di donna, alla voce.
Canto di cielo impigliato
nella pietra focaia,
che urtò le anche di
una cattedrale, cieca.
Vestuta a macchie, nel mese
di giugno si tolse le scarpe,
e si sorprese nel carbone
a volare.
--

fonte iconografica di Irene Leo

mercoledì 6 agosto 2008

n.8 di Agata Spinelli

Ho costruito la tua casa
e poi l’ho immersa in acqua.
È il posto più bello
che tu abbia mai visto
e alla porta d’ingresso
c’è scritto il tuo nome.
Pure i pesci l’hanno imparato
e fanno le bolle
quando lo dicono.










fonte www.stefanodonno.blogspot.com

martedì 5 agosto 2008

Chiara Galassi ... Sono venuta a dirti

Fiocco giallo

Srotolo al vento

Carezza di terraferma

Frenesia di scale

Discese ascese

Cerco la sorpresa

Del primo bacio

Da Sono venuta a dirti (Besa editrice)




domenica 3 agosto 2008

Marthia Carrozzo da Utero di Luna

Dondolo

Sono
attraversata dalla luce.
Sono altalena attraversata
attendo.
Attraverso la luce.
Afferro
pensieri di cielo.
Dondolo dondolo dondolo.

Il vento trasforma e spazza via.




da Utero di Luna (Besa editrice)

giovedì 31 luglio 2008

I versi di Maria Pia Romano

SEDIMENTANDO

Mi sono amputata le gambe
per imparare a correre
sul filo teso delle utopie

a mezzogiorno
ho assorbito istanti
senza dare nomi

a mezzanotte
ho slacciato parole
lasciandomi salvare

è carezza il silenzio

da Il Funambolo sull'erba blu (Besa editrice)

martedì 29 luglio 2008

Maria Luisa Spaziani, Luna d'inverno

Luna d’inverno che dal melograno
per i vetri di casa filtri lenta
sui miei sonni veloci, di ladro,
sempre inseguito e sempre per partire.
Come un velo di lacrime t’appanna
e presto l’ora suonerà…
Lontano,
oltre le nostre sponde, oltre le magre
stagioni che con moto di marea
mortalmente stancandoci ci esaltano
E ci umiliano poi, splenderai lieta
tu, insegna d’oro all’ultima locanda,
lampada sopra il desco incorruttibile
al cui chiarore ad uno ad uno
i visi in cerchio rivedrò, che un turbine
vuoto e crudele mi cancella.ha

merefofe

da Le acque del sabato, collana Lo Specchio

domenica 27 luglio 2008

Vera Lùcia De Oliveira e il denso delle cose

Il diritto al diverso

fino a prova contraria

non coprite il corpo di impronte

non acuite l'attesa della morte

non contaminate la vocazione alla luce

non passate il rullo compressore

sulle parole dell'anima

non decretate che non esiste

fino a prova contraria

il diritto al diverso








da Il denso delle cose (Besa, 2007)

sabato 26 luglio 2008

Maurizio Nocera per Paola Scialpi

Sangue di ramarro squartato

I miei occhi colano

Oggi

Che tu più non ci sei Mesar-lì che a Badisco giocavi

Nel rosso raggrumato di pietre celesti

Dis/perse tra grandi labbra a nero infibulate

Che vergini

La mia terra serrano

venerdì 25 luglio 2008

Elio Coriano per Paola Scialpi

H 11573

In ogni cosa si nasconde altro ed ogni sudore è diverso
e ogni fatica sfilaccia la pelle
e ogni parola è silenzio sul fiore dei deserti

H 11572

Il buio che accende il silenzio
le parole che tremano nella gola in un suono indistinto
che cosparge il tramonto e lo colora di rosso

giovedì 24 luglio 2008

Un piccolo omaggio a Emily Dickinson





















Temo un uomo di poche parole

temo un uomo che tace

l'arringatore - posso superarlo

il chiacchierone -

posso intrattenerlo -

ma colui che pondera

mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno -

di quest'uomo diffido

temo c'egli sia un grande

Emily Dickinson


mercoledì 23 luglio 2008

Afra di Luisa Ruggio

Afra (Besa editrice) di Luisa Ruggio è un romanzo fluido che scorre tra le righe come acqua di sorgente e nello stesso tempo elemento caldo e accogliente come la terra e le donne salentine. Leggetelo! A me è piaciuto molto.

martedì 22 luglio 2008

Chiara Galignano e la sua idea di scrittura

Innanzitutto, scrivere è il mio modo preferito di comunicare: dall’sms alla letterina per la vecchia amica di penna, al bigliettino veloce lasciato sul tavolo, dalla mail kilometrica, all’appunto fermato in un cinema o a lezione.

A volte è necessità che nasce, affiora in un luogo strano in un momento inopportuno. Altre volte è riposo solitario. Ma altre volte ancora, scrivere diventa difficile. Quando le parole sono troppo incastrate nei pensieri o i pensieri troppo ricorrenti ed insistenti, e le immagini si fanno monocromatiche e spezzate, tutt’altro che bozzettistiche.

Scrivere è per me un tempo. Un tempo in cui fermarmi, variare i ritmi, cambiare i battiti del quotidiano. Un tempo che posso imprimere al mio passo, dandogli la forma del mio pensiero, recuperando le immagini che distrattamente ho salvato nella mia memoria, per qualche motivo, andando qua e là per la vita...

Scrivere è per me anche un luogo. Un luogo in cui ritrovarmi con me stessa, fare i conti con ciò che spaccio di me ogni giorno in ogni incontro con l’altro, e col bottino che dell’altro mi porto via.

Scrivere è il luogo in cui proteggermi ed espormi, insieme rifugio e palco del mio io “saltimbanco dell’anima”...

Scrivere è luogo del mio presente e tempo della memoria.

Ed è stato proprio da questo scrivere che è nato “Pocomeno”: si è formato lentamente, trascinato dalla corrente dei pensieri e dal caso delle immagini che chiedevano forma, anzi, svariate forme.

“Pocomeno” non viene fuori da un’idea, infatti, né da una volontà predefinita o da una richiesta di chi conosceva la mia scrittura e sperava ne pubblicassi qualcosa.

Solo, ad un certo punto, ho sentito la necessità (ed eccolo che ritorna, dunque, questo necessario sentire ) di mettere insieme i vari testi che erano nati come organismi autonomi, ordinandoli in una forma più piena e completa, più corposa.

Così sono venute fuori le due sezioni del libro, e la terza, poi, in coda, quasi a sigillo, come volesse riportarmi e riportare chi legge alla realtà di ciò che sono, al di là di parole e pensieri, nel quotidiano.

La decisione di pubblicarlo è stato un passo successivo e non semplice: una scelta voluta dal desiderio di condivisione di quelle sensazioni ed immagini che avevo raccolto e raffinato attraverso le mie parole, nella convinzione (o forse speranza, piuttosto) che qualcuno potesse ritrovarsi tra quei versi, o semplicemente emozionarsi leggendo.

Da qui il titolo, nella sua volontà di essere “ comunione” d’umanità.

Arrivare a questo punto, però, ha significato anche dover superare lo scoglio del “tutto è già stato scritto, e bene, e meglio anche”: un pensiero, forse anche un po’ dilettantesco, di chi si accinge a passare da lettore ad autore, responsabilmente.

Chiara Galignano

“Pocomeno” – Lupo editore

sabato 19 luglio 2008

D come donna

D di Paola Scialpi, rappresenta un guardare,attraverso la scelta di un cappello o di un copricapo, di un abito, di un solo sguardo, di un bacio, di un incontro sospeso tra le resa e l’attesa, la profondità e l’intimità dell’animo femminile, della donna, essere che a volte sembra apparentemente frivolo, ma che si rivela creatura capace di forti sentimenti e grandi qualità deduttive nella sfera “predatoria”. Paola Scialpi nella sua pittura introduce, oltre il bianco, rosso e nero, per il suo ritorno al figurativo, ulteriori elementi cromatici. Questa mostra è una vera e propria narrazione iconografica, racconta la donna come segreto d’un segreto. Un simbolo che sfugge nei suoi contorni, e sembra contenere a stento chissà quale messaggio. La donna incarna nelle opere dell’artista salentina un mistero che vuole essere indagato, e che forse si scioglie all’improvviso cambiando il punto di vista sulla vita, la realtà di un mondo non solo “tutto rosa e fiori”, dove non basta semplicemente cambiarsi d’abito o rompere un’abitudine per creare diverse prospettive. D è una mostra singolare, che è in grado di far riflettere anche sull’uomo, sul maschio, per l’occasione oggetto cannibalizzato da labbra carnose e golose, calze a rete, piccolo portafortuna da tenere sempre con sé, anche come puro e semplice trofeo.

giovedì 7 febbraio 2008

In attesa

L'arte di Paola Scialpi non si è fermata.
Vive sempre in lei e attende il momento giusto per farsi vedere.
Paola è lì, a cogliere gli eventi, i sentimenti ed i colori che vorranno fuoriuscire dal suo animo e fissarsi sulla tela. Forse possiamo osare di fornirle qualche ispirazione ... Ma sappiamo, siamo certi, da un momento all'altro ci sarà un altro invito ad una mostra, chissà dove.
Noi attendiamo, quasi impazienti, incuriositi dalle sorprese che ci proporrà. Quale stile, tecnica ... non importa. Che sforzo mai dovremo fare, se non quello di aprire gli occhi e ammirare?