lunedì 24 maggio 2010

Io innalzo fiammiferi di Irene Ester Leo (LietoColle). Intervento di Nunzio Festa



















Le parole di Irene Ester Leo, frammiste a passione immensa e universale con odore della terra di Sud, è molto semplice ma essenziale, almeno per alcune contemporaneità di contenuti, accomunarle fin da subito con i versi dell’indimenticabile ma sempre poco ricordata Claudia Ruggeri, non casualmente motore e ispirazione della Leo. Non basterà di certo, e non solo all’autrice, spiegare che le ciglia della Irene Ester Leo alimentano il Sud tutt’altro che melanconico o, come vorrebbero i critici oramai sempre più affermati, lagnoso. La Leo incontra l’intimità per dare una posizione d’immedesimazione, non di mediazione, tra il sentire che sfugge persino ai tanti aggettivi e alle aggettivazioni a questa intimità che deve sorreggere una perenne sfida, o quasi disfida, con il mondo geografico ben identificato; al di là dell’assenza delle contestualizzazioni. Il fiato della poetessa salentina, che s’era anche portata qualche tempo fa nel solco della narrativa, spiana un percorso – anzi il suo contario – che saluta, ovvero abbraccia riferimenti che vanno da Scotellaro a V. Curci. Per non sottolineare il sostegno palese, oltre che palesato, della più importante poesia statunitense. In definitiva la voglia di I. E. Leo è quella di spiare il fuori utilizzando il mezzo poco sicuro ma almeno ‘infaffidabile’ della propria interiorità. Spesso certamente vergata o a tratti vessata da un pessimismo che prova ad affacciarsi, però per comprendere che deve sparire alla vista d’un sole di cui un po’ s’ha forse paura. “Io innalzo fiammiferi” è una silloge che rompe il muricciolo della sperimentazione troppo condizionata dal manierismo, spiegandoci che è possibile non forzare i propri limiti quando si vuole sperimentare un mondo interiore che è semplicemente in linea, quindi contro la linea, di quello esterno. La raccolta di Irene Ester Leo manda versi fuori dalla bozza di società che si vive.

Nessun commento: